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giovedì 13 agosto 2009

L'inganno delle gabbie salariali

Riprendiamo sul tema delle "gabbie salariali", prima buttate lì e poi rimangiate dal centrodestra, un articolo di Dino Greco, pubblicato sul quotidiano Liberazione ieri.
Operai del nord, la Lega vi frega.
Rassegna stampa.

Bisogna provare a capire. Ed è vitale che i lavoratori, a partire da quelli del Nord, siano aiutati a farlo. Ma a capire cosa? In primo luogo, quale turpe inganno si celi dietro la proposta di reintrodurre in Italia differenze retributive per area geografica: le "gabbie salariali", appunto. Il rutilante miraggio fatto balenare dalla Lega davanti agli occhi degli operai settentrionali è quello di un aumento secco della loro retribuzione. Come se, per magia, quell'euro non corrisposto ad un lavoratore dell'Italsider di Taranto potesse entrare, direttamente, nelle tasche di un siderurgico bresciano. Insomma, come se il modello proposto agisse alla stregua di un sistema idraulico, capace di trasferire, di pompare ricchezza da un luogo all'altro del Paese. Ora, si mettano tutti in testa che, per cominciare, questa ipotesi non ha nulla a che vedere con le intenzioni del Carroccio. La Lega non pensa affatto ad aumentare il valore reale delle retribuzioni attraverso una lievitazione del corrispettivo della prestazione lavorativa, vale a dire del salario e del costo a carico del padrone. La Lega immagina un'ipotesi del tutto diversa, che funziona nel modo seguente: dato il carico fiscale complessivo oggi esistente su capitale e lavoro, si tratterebbe di lasciare invariato il primo e di diminuire il secondo. A questo primo intervento ne seguirebbe un altro: la maggior parte delle entrate fiscali complessive verrebbe destinata alle casse regionali e solo la residua parte, a questo punto drasticamente abbattuta, resterebbe competenza dello Stato centrale. Da questa secca redistribuzione tributaria uscirebbero premiate le retribuzioni nette dei lavoratori e la capacità di spesa dell'ente Regione. Ora, è del tutto evidente che questa ipotesi nulla ha a che vedere con il federalismo fiscale. Più semplicemente, essa prefigura la dissoluzione dello Stato unitario, poiché ne dissanguerebbe le risorse, ne prevaricherebbe i poteri, ne incrinerebbe l'intelaiatura legislativa, prefigurando, addirittura, un diverso regime impositivo fra cittadini di diverse aree del Paese. Cosa, come ognuno dovrebbe ben capire, del tutto impossibile, a meno di dare per scontata la trasformazione delle Regioni, o delle macroaree interessate, in veri e propri Stati sovrani indipendenti. La proposta della Lega è dunque la plastica esemplificazione, questa volta materialisticamente e non più ideologicamente prospettata, della secessione, della "balcanizzazione" dell'Italia, manco a dirlo, della separazione delle aree ricche da quelle povere, lungo una moderna traiettoria... prerisorgimentale.
Con tutta probabilità neppure il leghismo più radicale pensa all’attuabilità, almeno nell’immediato presente, di questa ipotesi. Ma, intanto, lo dice. E batte con forza su quel chiodo, sapendo che alle orecchie di tanti lavoratori che sperimentano da anni sulla propria pelle la realtà di un salario di fame, senza che la contrattazione collettiva abbia dato loro risposte decenti, quelle parole possono suonare dolci e seduttive. E poi, la Lega fa una cosa che una volta facevamo noi: pratica l’obiettivo, giorno dopo giorno. Con la luciferina consapevolezza che, così operando, con quotidiana perseveranza, anche i sogni in apparenza più velleitari, possono infine avverarsi. Tuttavia, come era ampiamente prevedibile, di fronte a questa commedia degli equivoci, un coro di “no” si è levato contro la possibile riedizione delle “gabbie”. Non già nella impraticabile versione più sopra riassunta, ma persino secondo la più tradizionale e storicamente conosciuta accezione, vale a dire quella che prevede differenziali retributivi applicati ai minimi contrattuali. Questa ritrosia non dipende dal fatto che i padroni considerino sbagliata la flessibilità delle retribuzioni ma, al contrario, perché ne vogliono - e ne stanno ottenendo - di più, molta di più.
Paradossalmente, il sistema delle gabbie sembra loro troppo rigido. L’accordo sottoscritto con Cisl e Uil lo scorso gennaio, infatti, consente loro di incassare deroghe salariali e normative, anche totali, rispetto ai contratti nazionali, in ogni azienda e in ogni punto d’Italia, tanto al nord quanto al sud. La sola condizione prevista è che i sindacati che hanno sottoscritto quell’intesa siano – di volta in volta - d’accordo. E potete giurare che lo saranno. L’obiettivo perseguito non è dunque meno, bensì più ambizioso. È quello di distruggere la contrattazione collettiva per sostituirvi, progressivamente, quella individuale, la più ingiusta e asimmetrica delle negoziazioni, quella del singolo operaio con il singolo padrone. Insomma, come due secoli fa, le relazioni sociali tornano ad essere riassunte nel motto: «Libero operaio in libera impresa». E siccome al peggio non c’è mai limite, ecco emergere, in seno al governo, una terza posizione, questa sì pericolosa, perché capace di riscuotere estesi consensi, su una latitudine politico-sociale molto ampia. E’ quella di fare contratti non più nazionali, bensì regionali. Avremmo così tanti regimi retributivi quante sono le Regioni italiane ed in più, all’interno di ciascuno di essi, la possibilità di derogarvi: ecco l’apoteosi della flessibilità, il raggiungimento del “sogno nel cassetto” di ogni imprenditore, l’eliminazione di qualsivoglia ostacolo alla piena, incondizionata mercificazione del lavoro. Non è richiesto un particolare acume per constatare come i lavoratori del Nord - ai quali i padroni non intendono elargire regali - non ricaverebbero alcunché dallo spappolamento di ciò che rimane della loro rete solidale. E quelli del Sud, già gravemente penalizzati dalla pressoché inesistente contrattazione di secondo livello, da una condizione di disapplicazione contrattuale elevatissima, da un tasso di disoccupazione doppio rispetto alle aree sviluppate del settentrione e da un sistema di servizi spesso fatiscente, vedrebbero assestare un colpo ulteriore alle loro già ridotte capacità reddituali. Il gap Nord-Sud aumenterebbe e produrrebbe, fatalmente, un’ulteriore depressione del Mezzogiorno, un più radicato ruolo di surroga dello Stato da parte delle organizzazioni criminali, ancor più intensi fenomeni di migrazione verso il Nord e l’abbandono del territorio. Nient’altro che questa è la pietanza che rischia di esserci servita.
Almeno, vediamo di non abboccare. E una volta dispersa la cortina fumogena, proviamo a costruire, con i lavoratori, un’altra ipotesi, questa sì matura, dopo anni di regressione politica e sindacale. A partire dalla riscoperta che il crollo dei salari in tutto il Paese - con una progressione impressionante dalla fine degli anni Settanta ad oggi - è stato il risultato del combinato disposto di tre fattori: l’erosione delle prerogative del Ccnl e della stessa contrattazione decentrata; l’abolizione di ogni forma di indicizzazione delle retribuzioni all’aumento del costo della vita; l’aumento del carico tributario indebitamente imputato al lavoro dipendente, per effetto del surplus di prelievo fiscale operato sulle buste paga in ragione di un aumento soltanto nominale del salario. Si potrebbe (e si dovrebbe) aggiungere che la manomissione dello Stato sociale e la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali prima erogati a titolo gratuito abbia scaricato sulle spalle dei cittadini quote importanti di spesa pubblica previdenziale, assistenziale, sanitaria. E quanto questo esproprio di diritti che la Costituzione vorrebbe protetti sia stato devastante per la vita di milioni di persone. Citiamo questi elementi, così, giusto per conferire al quadro maggiore compiutezza. Ma, per concludere sul tema oggetto di questa trattazione, vorremmo dire con franchezza a quei lavoratori nella cui fantasia alberga sul serio l’idea che ciò che i padroni risparmiano al Sud potrebbe entrare nelle loro tasche di liberarsi da questa illusione fraudolenta.
Il fatto è che non sono date scorciatoie. I soldi che mancano alle nostre buste paga vanno chiesti, inesorabilmente (e giustamente!), ai padroni, perché soltanto così può aumentare la consistenza delle retribuzioni e il riconoscimento del valore del lavoro. Per farlo servono due cose: un contratto nazionale di lavoro che non si limiti a rincorrere - come Achille con la tartaruga - l’inflazione e la reintroduzione della scala mobile, ingiustamente imputata di essere un volano dell’inflazione e definitivamente soppressa nei primi anni Novanta nel nome di una pessima idea di ciò che aiuta la competitività delle imprese. Poi, anche una redistribuzione del carico fiscale può fare la sua parte: una parte integrativa e non sostitutiva di un modello contrattuale che è stato ridotto, in virtù di concertative complicità, ad un autentico colabrodo.

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