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martedì 5 gennaio 2010

QUELL'UOMO "SOLO AL COMANDO"

FAUSTO COPPI 50 ANNI DOPO: METAFORA DI UN SECOLO A DUE VOLTI E CONTRADDITTORIO CAMPIONISSIMO.
Il 2 gennaio 1960 moriva di malaria Fausto Coppi. Anche noi lo vogliamo ricordare con un articolo di Pio Cerocchi tratto dal quotidiano Avvenire.
Cinquanta anni sono passati, tanti, mezzo secolo, un’altra epoca storica: eppure quella morte all’aurora del due gennaio 1960, non si riesce a dimenticarla. Essa appartiene alla memoria nazionale, perché il ricordo di Fausto Coppi va oltre il pur straordinario mondo dello sport e ¬assumendone tutta la carica simbolica ¬si trasforma in metafora di un tempo ben più lungo del breve arco della vita del Campionissimo. Metafora del Novecento. Di un secolo refrattario a una classificazione condivisa, tant’è che le definizioni di 'secolo breve' e di 'secolo lungo' finiscono per essere entrambe pertinenti. Comunque un secolo denso di enormi sofferenze, di delitti e di stragi, ma anche un secolo attraversato da correnti di solidarietà umana e d’amore.
Ed è così che tra le icone del Novecento c’è anche quella di Fausto Coppi. E la sua non è l’icona della vittoria, del grido del più forte che irrompe sul traguardo umiliando gli avversari. Non c’è nella sua figura, tantissime volte immortalata sui media, il piglio arrogante del vincitore; pure sui traguardi raggiunti al termine di grandissime prove sportive, Coppi conteneva la sua gioia in modesto sorriso. Quasi che la corsa appena finita non fosse stata altro che un brano di un lungo discorso interiore. E così questo evidente contrasto tra il valore delle sue imprese agonistiche e il tono dimesso con il quale egli le rappresentava, ha finito per disegnare i contorni di un’immagine luminosa ma fragile. La sua lunga carriera sportiva che si è snodata dal 1938 sino al dicembre del 1959, infatti, ha conosciuto la gloria e la delusione; la gioia e il dolore. E scorrendo le mille storie che su di lui sono state scritte, si ha l’impressione che i suoi successi avessero a che fare più con il destino che non con lo sport al quale esse, invece, appartenevano. Ed è in questa consapevolezza tragica che la sua figura simboleggia un secolo sperimentato dal male.
E segni dolorosi furono la morte in corsa del fratello Serse nel 1951 e la sua stessa fine, quasi presagita dopo il safari e le ultime due corse nell’Alto Volta (oggi Burkina Faso). Sembrava sempre che sul volto di Coppi passassero insieme la consapevolezza della gioia per la gloria sportiva e l’ombra dei pericoli che l’hanno costantemente accompagnata.
Nel fisico (subì gravissimi incidenti), ma anche nell’animo soprattutto quando la storia difficile della sua vita sentimentale divenne di pubblico dominio, motivo di scandalo e di pietà.
E fu allora che avversari, amici e gregari per inconfessata gratitudine del rispetto che egli, in corsa e nelle vita, ebbe sempre per loro, lo protessero nelle sue ultime sfortunate stagioni agonistiche, custodendone, poi, una intatta ed eroica memoria.
Fausto Coppi sia nei giorni dei trionfi, sia in quelli delle cadute, non fu mai banale. Nulla fu scontato nei suoi comportamenti di ciclista, e anche per questo egli riuscì a imprimere a uno sport di fatica, l’idea che c’era pure dell’altro nel correre sulle strade e sulle piste del mondo. La fatica, insomma, non risolveva l’interezza di quest’uomo che non si potrebbe spiegare, senza considerare la sua voglia di solitudine, la sua capacità di stare con se stesso (quel correre davanti, appunto, per essere solo). E nel secolo delle folle oceaniche unite nel grido, nella paura e nell’odio, l’immagine dell’uomo solo in testa alla corsa sembra segnare un valore che rende attuale il ricordo, che ciascuno può leggere a modo proprio: sia come vincitore, sia come sconfitto.
Contraddittorio come il tempo che gli toccò di vivere. Come il 'suo' Novecento.

NUCLEARE E URNE

Il quadro regione per regione
(Da QE – Quotidiano Energia)
Non c’è sondaggio che tenga: il nucleare fa sempre paura. Da tempo si susseguono indagini che evidenzierebbero un atteggiamento sempre più favorevole degli italiani all’atomo (l’ultima è quella commissionata all’Ispo dall’Ain). Ma quando si arriva al momento cruciale, ossia alla scelta del sito per le future centrali, nulla sembra cambiato: tutti si tirano indietro.
La tendenza è riemersa in modo evidente all’approssimarsi delle elezioni amministrative che a marzo interesseranno 13 Regioni, 11 amministrate del centrosinistra e 2 dal centrodestra. La campagna elettorale non è ancora formalmente iniziata ma il leitmotiv già si intuisce: gli elettori possono stare tranquilli, il nucleare in quella specifica regione non si farà, e se si farà sarà solo con il pieno consenso dei cittadini.
La tendenza è politicamente trasversale, anche se ovviamente più “sentita” nel centrosinistra. Tanto che due Regioni amministrate dal PD (entrambe alle urne in Primavera) hanno già formalmente varato due atti normativi per “blindare” il ritorno al nucleare.
Ha iniziato a fine novembre la Puglia, e il 31 dicembre è stata la volta della Campania, con un articolo inserito nella manovra finanziaria di fine anno. Pressoché identico il contenuto dei provvedimenti: in assenza di precisi accordi con lo Stato sulla localizzazione, il terreno regionale è “precluso” alla realizzazione di centrali o anche di depositi per le scorie. Una mossa che si affianca al ricorso alla Consulta presentato dalle due Regioni e da altre 11 amministrate dal centrosinistra contro il potere sostituivo dello Stato previsto dalla Legge Manovra, confermato anche dalla schema di D.Lgs licenziato dal Cdm il 22 dicembre e in via di trasmissione al Parlamento. Non si può quindi escludere che altri provvedimenti simili vengano varati dalle amministrazioni di centrosinistra, in particolare quelle interessate dalla tornata lettorale: oltre a Puglia e Campania, ci sono Lazio, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Calabria, Marche, Umbria e Basilicata. Alcune di esse, peraltro, sono state direttamente coinvolte nel toto-siti degli ultimi mesi. In primis il Lazio, con due possibili località: Borgo Sabotino (Latina) e Montalto di Castro. Quest’ultima, peraltro, appare in assoluto la soluzione favorita dall’Enel. A quanto risulta a QE, in Regione ci sarebbe la volontà politica per un provvedimento normativo simile a quello di Puglia e Campania, ma le dimissioni dell'ex governatore Marrazzo costringono l'esecutivo locale alla sola ordinaria amministrazione.
Gli altri nomi circolati sono quelli di Trino Vercellese (Piemonte), Caorso (Emilia Romagna), Garigliano (Campania), Palma (Sicilia), Oristano (Sardegna), Monfalcone (Fvg) Rovigo (Veneto) e Termoli (Molise).
Il fatto che siano tutti assolutamente ufficiosi e non confermati non ha impedito il diffondersi della psicosi. E così anche chi all’inizio si era dichiarato favorevole ad ospitare l’atomo ha dovuto fare marcia indietro.
E’ il caso del governatore veneto Galan (Pdl), che ha di recente parlato dell’impossibilità tecnica di realizzare una centrale nelle sue coste, a causa del fenomeno della subsidenza. Il neo candidato alla sua successione,
l’attuale ministro dell’Agricoltura Luca Zaia (Lega), ha rincarato la dose: “Il Veneto è troppo antropizzato e non è adatto ad ospitare una centrale nucleare, meglio puntare sulle rinnovabili” ha detto pochi giorni fa.
Così, l’unico apertamente favorevole rimane il governatore siciliano Raffaele Lombardo. Che però ha di recente condizionato il sì a un referendum popolare. Evidentemente la paura di perdere consenso si fa sentire anche senza bisogno di elezioni imminenti.