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giovedì 13 agosto 2009

Il segretario e il segretario ombra

Il Pd verso il congresso.
Speciale, [12].
Ieri abbiamo riportato del sondaggio de Il Riformista sulla gara nel Pd per diventare il nuovo segretario. Riprendiamo qui sempre dalle rassegne stampa di ieri questo articolo di Beatrice Macchia, tratto dal quotidiano Liberazione.
La replica dello staff di Franceschini: sondaggio improbabile, è in testa l'attuale segretario.
Nel pd è già guerra di numeri.
Il Rifomista: stravince Bersani.
Rassegna stampa.

Il piddì ha un nuovo segretario. È Bersani. Un segretario virtuale. Anzi, no: i segretari sono due. Ce n'è anche un altro. L'attuale, Franceschini. Naturalmente, anche la sua conferma è virtuale. E così, dopo che per un mese tutti e tre i candidati a guidare i democratici nella sfida di fine ottobre hanno fatto sfoggio di «stile», invitando tutti ad abbassare i toni, a stemperare i contrasti, ecco che all'improvviso scoppia la guerra dei sondaggi. La guerra dei numeri.
Ad aprire le danze è stato ieri "il Riformista" (quotidiano che è difficilmente collocabile nella geografia interna ai democratici: diretta da Antonio Polito è stato fra i più critici della gestione-Veltroni ma non ha mai sposato fino in fondo la "filosofia" dalemiana). Il giornale ieri ha pubblicato il primo sondaggio su come finirà la gara per la leadership del piddì. Un sondaggio un po' atipico, in cui i ricercatori non indicano né il campione, né i metodi usati. Comunque, sondaggio chiarissimo nei risultati: la corsa per la segreteria è già finita. La vincerà Pierluigi Bersani. L'ex ministro dell'Industria - sponsorizzato in questo caso anche da D'Alema - sarebbe già oltre il 50 per cento. Al 54 per essere esatti. Il suo principale rivale, l'attuale segretario Franceschini, lo insegue distaccato di oltre venti punti: trentacinque per cento bene che va. Terzo, lontanissimo, l'outsider, il senatore Marino. La sua campagna per spostare il partito sui temi dei diritti civili e delle libertà non sembra aver pagato: secondo il sondaggio al massimo arriverebbe all'undici per cento.
In realtà, l'inchiesta dice molto di più. Racconta che le primarie appaiono già uno strumento antico, superato. Tant'è che solo il 22 per cento degli elettori democratici dichiara che andrà sicuramente a votare l'ultima domenica di ottobre per scegliere il leader del partito. C'è un altro gruppo che ancora non ha deciso ma c'è una maggioranza che dichiara che comunque non parteciperà a quella scelta.
Dovrebbe essere quest'elemento, probabilmente, quello si cui si dovrebbero appuntare le riflessioni dei dirigenti del partito. Tanto più che, appena tre anni fa, quasi due milioni di persone parteciparono all'investitura di Veltroni. Unico candidato in corsa all'epoca. Cifre sicuramente «gonfiate» ma comunque indicative.
Dopo appena una stagione, invece, quel patrimonio di partecipazione sembra già bruciato. Ma di questo, nel piddì non si discute. Da ieri, s'è detto, è cominciata la guerra dei numeri. Così, nello staff di Franceschini, prima ti rispondono che loro non sono interessati a questa querelle sui numeri virtuali. E che quindi non replicheranno nulla ufficialmente.
Poi, se insisti, ti spiegano, invece, che loro dispongono di altre indagini che darebbero risultati esattamente opposti: Franceschini, insomma, sarebbe in vantaggio. Dove? Come? Nel dettaglio non raccontano nulla, anche perché gli uomini dell'attuale segretario accusano i loro rivali di aver diffuso sondaggi senza averli prima pubblicati sul sito sondaggionline.it. Come prevedono le normative vigenti (che in realtà si riferiscono alla competizione fra partiti). Poi, però, alla fine qualcosa trapela. E si viene così a sapere che lo staff di Franceschini non ha commissionato un sondaggio nazionale. Avrebbe chiesto mini-test regionali, in quelle aree che considera più «difficili». E fra queste la Liguria. Bene, qui, stando ai numeri dell'attuale segreteria, Franceschini sarebbe in vantaggio. Di dieci punti.
È bastata insomma una giornata per far saltare l'intesa sul savoir faire fra le fila dei democratici. Al punto che Piero Fassino, senza molta eleganza, ieri se n'è uscito così: «Bersani è dato in testa? Se fossi in lui aspetterei a cantar vittoria....». Più o meno le stesse parole che si rivolgono agli avversari politici nelle campagne elettorali per le politiche.
E lo stesso clima lo si respira se dalla gara nazionale si scende alle piccole competizioni regionali. Il caso del Lazio è emblematico. Qui, uno degli uomini più vicini a Veltroni, quand'era sindaco, Morassut è sceso in lizza per conto di Franceschini. Bersani aveva puntato sul giovane Fassina, un emergente. Sembrava fatta, la gara poteva cominciare quando D'Alema ha rimescolato le carte. E ha imposto la sostituzione di Fassina con l'ex segretario della Quercia di Viterbo, un uomo vicino all'ex tesoriere dei diesse. Che - detto fra parentesi - ancora non ha consegnato tutto il patrimonio di cui è titolare al nuovo partito. Situazione confusa, insomma, al punto che ieri Morassut ha fatto un pubblico appello «ai bersaniani delusi perché lo sostengano». Oggi, nel piddì si discute così.
E allora, non resta che parlare del senatore Marino. Tagliato fuori da tutte le previsioni, sembra comunque voler andar avanti per la sua strada. E mentre i due più grandi competitor si scambiano quelle frecciate, lui inaugura - nella settimana a cavallo di Ferragosto - il suo tour nel Mezzogiorno. Comincerà da Casal di Principe, luogo di dominio della criminalità organizzata. Sa di non avere chances ma ci prova lo stesso.
(12 - continua)

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