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domenica 8 novembre 2009

9 novembre 1989. La caduta del muro di Berlino


Dopo vent'anni si può riflettere a mente serena sull'avvenimento per liberarci una volta per tutte dalle strumentalizzazioni che furono fatte di quell'evento e che ancora oggi vengono utilizzate nello squallore politico nazionale.

Era il 13 agosto 1961, quando iniziò la costruzione di un muro innalzato per separare la parte est di Berlino dalla parte ovest. Con la sua realizzazione, ogni legame familiare, ogni legame d'amicizia e d'amore si interruppe bruscamente e dolorosamente tra chi viveva di qua e chi di là dal muro. Per molti abitanti di Berlino è l'inizio di una tragedia personale e familiare: diventa impossibile vedere, parlare, contattare parenti, amici, affetti che stanno dall'altra parte, una situazione che durò 28 anni, fino al 9 novembre 1989, quando i varchi furono aperti e cominciò in serata la demolizione di quel muro, simbolo di un'Europa divisa in due blocchi. Nel documento video che segue l'annuncio dell'evento dato dai tre telegiornali Rai di quel giorno.



Tra i tanti eventi simbolo che accompagnarono quella caduta, forse il più umanamente significativo fu quel "concerto" improvvisato del violoncellista e direttore d'orchestra Mstislav Leopol'dovič Rostropovič ai piedi del muro su cui si stavano abbattendo i primi colpi di piccone, simbolici anch'essi, che fece il giro delle televisioni di tutto il mondo come messaggio di una rinnovata speranza di pace.



Interprete eccellente di Bach, Beethoven, di Saint-Saens,Mozart, Prokof'ev, Šostakovič, Nikolaj Mjaskovskij e di tantissimi altri compositori della sua epoca, - per la sua arte nel 1950, a ventitre anni, gli fu conferito il Premio Stalin, la massima onorificenza dell'Unione Sovietica -, primo violoncello all'Orchestra di Stato Sovietica nel 1956, considerato il più grande violoncellista del suo tempo, Rostropovič fu promotore dell'arte senza frontiere, della libertà di espressione e dei valori democratici, idee in contrasto con il regime Sovietico. La sua amicizia con Aleksandr Solženicyn ed il sostegno dato ai dissidenti, lo fecero cadere in disgrazia nei primi anni settanta. Egli fu bandito da tutti i suoi incarichi pubblici e nel 1978 gli fu revocata la cittadinanza dell'Unione Sovietica. Aveva però già nel 1974 lasciato l'Unione Sovietica, con la moglie, il soprano Galina Višnevskaja del Teatro Bol'šoj di Mosca, e le figlie, stabilendosi a Parigi. La sua esibizione improvvisata quella sera fu, dunque, a ragione considerata il segno d'un nuovo mondo possibile.



La caduta del muro segna nella storia la fine di un'epoca che aveva visto il mondo e l'Europa divisi in due blocchi contrapposti, impegnati in una guerra di logoramento, fredda come si diceva, mai trasformatasi in scontro diretto aperto, grazie al deterrente dell'olocausto nucleare dell'umanità. L'inefficienza del centralismo burocratico del comunismo reale - come veniva chiamata l'implementazione staliniana delle idee marxiste-leniniste che avevano portato l'Unione Sovietica a diventare una superpotenza mondiale - a resistere alla corruzione e alle mafie interne portò alla fine al tramonto l'impero moscovita e con esso gli stati socialisti dell'Est europeo, chiudendo così un periodo storico di divisione dell'Europa iniziato nell'Ottocento con la nascita dei nazionalismi e, per molti versi - seppure sembri una contraddizione in termini -, del contrapposto movimento internazionalista. Movimenti che portarono da una parte al fascismo di Mussolini ed al nazismo e dall'altra allo stalinismo, totalitarismi che avevano come comun denominatore il disprezzo per l'individualità e per la persona umana.
Il primo posto di confine con la DDR che si aprì a Berlino il 9 novembre fu quello di Bornholmer Strasse. Questa una testimonianza filmata dell'evento e dei motivi che portarono all'apertura.



Scrive Joachim1986 a commento dell'ultimo filmato "20 years... I´m proud to be german. I´m proud to be a free man in a free europe. Thanks for the brave people in East-Germany, for the brave people in Poland (Solidarnosc) and Hungary (Summer 89)!", cioè "20 anni... Sono orgoglioso di essere tedesco. Sono orgoglioso di essere un uomo libero in un'Europa libera. Grazie al coraggioso popolo della Germania dell'Est, al coraggioso popolo della Polonia (Solidarnosc) e della Ungheria (Estate 89)!". Questa è una faccia della rete, l'altra faccia, quella revanscista della propaganda contro i comunisti mangia-bambini, imperversa. Si nota una inconsapevole corsa ad accaparrarsi l'evento proprio da chi è stato cancellato dalla storia anche se è al governo del paese grazie a un Paperon de Paperoni che si ritiene il nuovo uomo del destino per questa povera Italia. L'uso delle semplificazioni nella storia non porta lontano. Serve soltanto nella dialettica politica di chi non sa guardare oltre il suo naso, che non pensa a costruire, ma ha mantenere intatto il proprio orticello dove continuare a fare raccolto. Semplificazioni perché ad esse si tende nell'interpretazione di un fatto complesso nel farlo nostro, perché, in fin dei conti, è nostro solo di riflesso. Uomini liberi in un'Europa libera. Ecco. Ma noi, lo siamo realmente?



Ci sarà un annuncio un giorno come questo dai nostri telegiornali che ci dirà che anche da noi è finalmente finita un'epoca? Guardo il mio frammento del muro di Berlino che tengo fra le mani, quasi fosse un amuleto capace di dar corpo alle speranze. E aspetto l'evento, come Drogo nella ridotta a guardia del deserto.


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L’uso domestico del gas: che fare? - 5

Le aperture di ventilazione e aerazioni.

Nell’ultimo articolo (L’uso domestico del gas - 4) abbiamo descritto i vari tipi di apparecchi presenti nelle nostre case soffermandoci maggiormente sugli apparecchi di cottura. Due termini, però abbiamo evidenziato: l’aerazione e la ventilazione. Ci siamo anche chiesti a cosa possa servire l’aerazione e la ventilazione dei locali e per quale motivo devono essere fatti i “buchi” nel locale di installazione.
Vediamo innanzitutto che significato hanno questi due termini:
La ventilazione è l'apertura permanente che garantisce l'entrata dell'aria necessaria alla combustione del gas. La dimensione del foro necessario a far affluire l'aria per la combustione è regolato dalla normativa vigente e dipende da diversi fattori (potenzialità, tipo di apparecchio, compresenza di altri apparecchi, ecc).


Esempio di ventilazione.

Ma per quale motivo si devono fare buchi così grossi?
La risposta è semplice: per bruciare correttamente un metro cubo di gas sono necessari circa 10 metri cubi di aria. Facciamo un esempio: supponiamo che il mio apparecchio abbia consumato un metro cubo di gas. Ebbene, dal camino sono usciti ben 10 metri cubi di aria. Se io non avessi un foro, appunto, per ripristinare quest’aria che se ne è uscita, in breve tempo rimarrei senza ossigeno con le conseguenze che tutti possiamo immaginare.
Per evitare quindi che l'aria necessaria, per esempio, alla combustione del piano di cottura o eventuali altri apparecchi a “camera aperta” (tipo A e B), presenti nel locale, venga prelevata direttamente dal locale stesso senza possibilità di ricambio, ecco la necessità dell'apertura di ventilazione che garantisce di mantenere sempre il livello di ossigeno nel locale a valori normali.
Gli apparecchi di tipo “C”, con circuito di combustione stagno, non avendo necessità di prelevare l’aria dal locale d’installazione, non necessitano di aperture permanenti di ventilazione, ma devono essere installati in locali aerabili.


Esempio di apparecchio di tipo “C” - Stagno
(Le frecce azzurre rappresentano l’aria, quelle rosse i fumi.


L’aerazione
L'aerazione, che può essere permanente oppure no, serve al ricambio dell'aria necessaria, sia allo smaltimento dei prodotti della combustione (aerazione permanente), sia per evitare miscele con un tenore pericoloso di gas non combusti (locale aerabile).


Esempio di aerazione permanente (da effettuare in presenza di apparecchi di tipo A, ovvero stufe catalitiche che scaricano i fumi in ambiente, o con piani di cottura privi di scarico con cappe o elettroventilatori).

Questo significa che nel caso in cui sentissi odore di gas devo subito aprire finestre e porte per arieggiare il più possibile il locale.


Locale aerabile è un locale dotato di dispositivi che consentono l’aerazione su necessità. Tali dispositivi possono essere costituiti da generiche aperture apribili e comunicanti direttamente con l’esterno quali porte, finestre, portafinestre, lucernari, ecc. Esempio di locale aerabile.

Per tale motivo la norma in vigore prevede che tutti gli apparecchi e le giunzioni filettate debbano essere installate in locali aerati o aerabili.
La presenza di una delle due aperture inoltre non esclude l'esigenza di avere anche quella di ventilazione.
E’ evidente che il dimensionamento ed il posizionamento di tali aperture deve essere realizzato, verificato e certificato da installatori abilitati.
I comportamenti da seguire.
Nell'utilizzare l'apparecchio a gas, è importante seguire alcune semplici norme di comportamento, dettate dall'esperienza e dal buon senso o frutto del lavoro normativo del Comitato Italiano Gas (CIG) e dell'UNI (Ente nazionale italiano di unificazione), indirizzato ad inserire nelle norme di installazione e costruzione i più validi criteri di sicurezza.
Il seguire tali norme di comportamento non costa nulla, mentre garantisce una completa sicurezza di utilizzo.
Una volta installato correttamente l'apparecchio a gas, saranno sufficienti periodici interventi di manutenzione da parte di tecnici qualificati.
Quindi solo i piccoli interventi descritti nel libretto di istruzioni dell'apparecchio possono essere eseguiti dall'utente.
Il contatore del gas.
Per quanto riguarda il contatore del gas, non bisogna usarlo per appoggiarvi oggetti vari, mentre le tubazioni metalliche in vista, che costituiscono l'impianto di adduzione del gas, non devono essere utilizzate come messa a terra di apparecchi elettrici, nè per appendervi panni o per altri usi impropri.



Le tubazioni sotto traccia devono essere collocate in posizioni obbligatorie e opportunamente segnalate dall'installatore, per evitare possibili forature causate da trapani. In mancanza di segnalazione, prima di forare un muro è bene dotarsi di uno strumento in grado di rilevare la presenza di metalli, facilmente reperibile presso un buon negozio di ferramenta.
Un’altra utile precauzione da seguire è quella di chiudere la valvola del contatore o quella di ingresso nell'appartamento o quella della bombola, quando non si utilizza l'impianto a gas.
Questa operazione va eseguita possibilmente ogni sera, prima di andare a letto, e certamente in caso di assenze, anche se di breve durata.



Una buona abitudine da prendere nell'accendere un bruciatore del piano di cottura è di procedere con il seguente ordine:
1 - accendere il fiammifero
2 - accostare il fiammifero acceso al bruciatore
3 - aprire il rubinetto del gas
Se, infatti, si eseguono le operazioni in ordine inverso, è possibile che, dopo aver aperto il rubinetto, intervenga qualche elemento di distrazione (squilla il telefono o suonano alla porta), cosicché la successiva accensione del fiammifero può produrre gravi conseguenze.
Bisogna anche ricordare che:
Non si devono riempire troppo le pentole, né lasciare cibi sul fuoco quando ci si deve allontanare dal locale. Infatti lo spegnimento della fiamma, causato dal trabocco di liquidi in ebollizione o da cattiva combustione e regolazione del minimo, può essere all'origine di gravi inconvenienti.



Questi inconvenienti sono evitati nei piani di cottura provvisti di dispositivo di sicurezza per lo spegnimento accidentale della fiamma. Tale dispositivo infatti interrompe automaticamente l'afflusso del gas se si spegne la fiamma.
Infine è bene ricordare che:
le caldaie dovrebbero essere controllate e pulite ogni anno, prima dell'inizio del periodo di riscaldamento. In tal modo si eviteranno non solo possibili
incidenti ma anche il rischio di rimanere "al freddo" proprio nel periodo dell'anno meno adatto.
Se una corretta conduzione consente di mantenere efficiente l’apparecchio, di ottenere significativi risparmi sui consumi e contribuisce a tenere pulito l’ambiente, per la manutenzione periodica bisogna ricorrere all’opera di un tecnico qualificato.
Ma questo sarà l’argomento del prossimo articolo.
(continua - 5)
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Il muro e i cantori del capitalismo

Noi e la caduta del muro.
Rassegna stampa - Liberazione, Paolo Ferrero, 8 novembre 2009.

Il 9 novembre, vent'anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell'elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui - nella migliore delle ipotesi - la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi, che siamo nipoti della lotta partigiana - quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto "morto per la libertà" - abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della Ddr abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.
Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli Stati Uniti hanno colto l'occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l'abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l'occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale, bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per "rinaturalizzare" il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto "contro natura" e in quanto tale barbarico. Gli anni '90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell'immaginario individuale e collettivo, a partire dall'industria cinematografica. La caduta del muro è stato l'evento simbolico utilizzato per costruire una grande narrazione di rilegittimazione del capitalismo. Kennedy non è più il presidente della guerra di aggressione al Vietnam o l'aggressore di Cuba con l'avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello.
Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni '70. Nella vulgata la libertà d'impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa narrazione ha un sapore mortifero di falsa coscienza: che Israele costruisca muri per imporre l'apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l'immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l'impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto - accolta dalla maggioranza del suo partito - di sciogliere il Pci in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all'aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.
Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che - come sottolineava Gramsci - non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo, ma di ristrette élite. La democrazia e la stessa costruzione di un'etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo, nella crisi capitalistica in atto, vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.
In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per sé un nuovo inizio per l'umanità. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima, ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare - all'Est come all'Ovest - contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell'Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.
Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell'Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l'obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell'antropologia dei comunisti e delle comuniste. L'obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L'utilizzo di due parole - rifondazione comunista - anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo i regimi del socialismo reale è uscito dalla fase dell'innocenza. Compito nostro, novantadue anni dopo la Rivoluzione Russa, il cui anniversario cade oggi, è farlo diventare adulto. È un compito per cui val la pena spendere la vita.
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Feltriiii pensaci tuuuu

Niccolai - Il direttore del «Giornale» attacca Farefuturo per lesa metafora calcistica. L'ex stopper: «Scusate, io di politica capisco poco». Comunardo, l'autogoleador che fa litigare Feltri e l'ex Alleanza nazionale.
Rassegna stampa - Il Manifesto, Luca Cardinalini, 7 novembre 2009.

Signor Comunardo, ha sentito cosa ha detto di lei Farefuturo? «Fareche...?». Farefuturo, scritto tutto attaccato. «Non conosco, però ho letto stamattina Feltri che mi faceva i complimenti. Mi piace molto come scrive, quanto alle idee non mi pronuncio». Si dice che suo padre le mise il nome Comunardo in onore dei ribelli della rivoluzione francese. «Mio padre era operaio e antifascista, ma nel 1946, quando sinistra significava molto». A spanne, è più vicino alla destra o alla sinistra? «Senta, io mi diverto a fare l'osservatore, attualmente della Under 21, ma sempre in ambito federale ho collaborato anche con Maldini, Zoff. Insomma, ne capisco poco di politica».
È un leitmotiv del nostro giornalismo politico. Se uno dice «siamo accerchiati come i Sioux», puntuale il giorno dopo ecco la fotina di Toro Seduto, con didascalia. Così ieri mattina i lettori meno scaltri hanno trovato una foto in bianco e nero, dove si vede un calciatore un po' stempiato librarsi in volo per colpire di testa, anticipando il portiere, che a quel punto va a farfalle. I più scaltri hanno notato che difensore e portiere avevano lo stesso scudetto sulla maglia. La foto manca di prospettiva, era uno sciagurato autogol. La specialità di Niccolai, ma oggi anche la sua forza, visto che nemmeno ai più famosi Rivera, Mazzola o Riva, capita di essere citati in un editoriale dopo 40 anni. Ci ha pensato la fondazione «Farefuturo», area finiana: «Feltri è il Niccolai del giornalismo italiano, ma Berlusconi sappia che con gli autogol non si vince il campionato».
Il giorno dopo, sul Giornale, l'ira di Feltri per lesa metafora calcistica: «Comunardo Niccolai era un ottimo stopper, segnò alcuni gol alla squadra in cui giocava ma ciò non gli impedì, nella stagione 1969-70, di vincere uno scudetto con il Cagliari e giocare in nazionale. Significa che lo stopper (e quindi anche il direttore del Giornale) portava quanto meno fortuna, cosa di cui ha bisogno il presidente del consiglio in questo momento».
Nel Mondiale del Messico giocò appena 37 minuti, contro la Svezia, causa una distorsione alla caviglia. Un tempo sufficiente per «strabiliare» il mister di quel Cagliari campione d'Italia, Manlio Scopigno. «Quando mi vide sull'attenti, ascoltare l'inno di Mameli, disse: Niccolai in mondovisione... ma si può?». Niccolai è oggi una metafora vivente e potente. Dovessero eleggerlo al Quirinale verrebbe ricordato lo stesso solo per la sua fama di «autogoleador». Ne fece sei e i maniaci delle statistiche dicono che c'è chi ne ha fatti di più. Niccolai conferma, ma poi precisa: «Io ho fatto i più belli. A Bologna addirittura scartai il mio portiere». Non lo fece apposta, sia chiaro, ma «grazie» a uno stop maldestro che mise fuori causa il compagno. Si ricordano di lui sforbiciate, girate di testa sul sette, missili a fil di palo. Anche se il colpo da maestro, un virtuosismo, fu un quasi-autogol. «Catanzaro, 1972, al novantesimo vincevamo 2-1, sentii un fischio, pensai a un fallo e calciai forte la palla, con l'intenzione di spedirla in tribuna e guadagnare tempo. Venne fuori un tiro che si sarebbe insaccato se Brugnera, sulla riga, non avesse respinto con le mani. Rigore per loro e 2-2 finale».
La leggenda ha continuato a corrergli dietro ovunque. Quando pochi mesi fa il georgiano Kaladze regalò all'Italia di Lippi due perle di autoreti, le agenzie batterono la felicità di Niccolai: «Finalmente qualcuno mi ha superato». Ma alla prima occasione, come si è visto, riecco lui, mica Kaladze. Compagni e tifosi non gliel'hanno mai fatto pesare. Quelli avversari, paradossalmente, di più. Succedeva quando l'attacco di casa non segnava nemmeno a bestemmiare, e dagli spalti allora si alzava un coro che era come una preghiera: «Niccolaiiii, pensaci tuuuu».
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La libertà, la si costruisce sulla verità

La prima picconata da Solidarnosc nel 1980. Oggi diffidenze verso l’Est. Il Muro non cadde all’improvviso. Lo spirito dell’89 contro i nuovi muri.
Rassegna stampa - Avvenire, Luigi Geninazzi, 8 novembre 2009.

Nel clima festoso d’immagini, ricordi ed emozioni che in questi giorni dilagano per il ventennale della caduta del Muro di Berlino la storia, sovraccarica di simboli, tende inevitabilmente a scivolare nel mito. La sconfitta del comunismo, la fine della divisione tra Est ed Ovest, l’inizio di un mondo nuovo, tutto questo sembra sia accaduto improvvisamente in quella notte magica del 9 novembre 1989. L’impressione è che l’odiosa barriera di cemento e di filo spinato sia svanita di colpo, come fosse di cartapesta. Vale la pena ricordarlo soprattutto alle giovani generazioni, a coloro che non c’erano.
Il Muro non è caduto in un giorno. È stato abbattuto nel corso di lunghi anni da tanta gente cocciuta e coraggiosa, che ha sfidato un potere illiberale e repressivo a mani nude e con il cuore sgombro dall’odio e dalla violenza. Non sono stati i colpi di piccone che oggi rivediamo nelle foto d’archivio a far cadere il Muro di Berlino. La prima breccia venne aperta nel 1980 sul litorale baltico da Solidarnosc. Il sindacato polacco non s’ispirava a qualche rivoluzionario di professione, bensì a Giovanni Paolo II, il Papa che l’anno precedente si recò in patria proclamando l’unità spirituale del continente, al di là delle divisioni politiche e ideologiche tra Est ed Ovest.
Nacque così un movimento di popolo, la cui spinta verso la libertà contagiò le altre nazioni dell’Europa centro­-orientale. Compresa la Ddr di Honecker, il capomastro del Muro che, a suo avviso, «sarebbe durato un secolo» , come affermò all’inizio del 1989, l’anno in cui, con un sorprendente effetto domino, i regimi comunisti caddero a Varsavia, Budapest, Berlino, Sofia, Praga e infine Bucarest.
Fu la primavera dei popoli dell’Est Europa. I leader politici, a cominciare da Gorbaciov, il leader sovietico della perestrojka, non ne furono gli autori, ma ebbero il grande merito di non soffocarla. Come ha detto recentemente l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, « il cambiamento non è venuto dal cielo, anche se il cielo ci ha aiutato» . A distanza di vent’anni il suo orgoglio è più che giustificato. Il 1989 ha messo fine al secolo breve, caratterizzato dalla «guerra civile europea» , al cui centro c’erano sempre i tedeschi. L’incubo di un’Europa germanizzata ha lasciato il posto ad una Germania pienamente europea. Il Vecchio Continente ha spalancato le porte ai nuovi Paesi dell’Est, tornati finalmente a casa dopo mezzo secolo di esilio sotto il dominio sovietico. Il 9 novembre non è solo la festa della Germania, ma di tutta l’Europa, rinata nella libertà. Un grande successo, con qualche ombra.
A dispetto del Grande Crollo, vediamo in giro nuovi muri. Non sul terreno, dentro le teste. C’è un muro invisibile di reciproca diffidenza che in Germania divide ancora gli «Ossi» , i cittadini dell’Est, dai «Wessi» , gli occidentali, mentre si rafforza il partito degli ex comunisti. C’è un muro di pregiudizi che attraversa l’Europa ogni volta che si parla d’immigrazione, anche quando non è extra-comunitaria, ma proviene da Paesi ormai entrati nell’Unione Europea. E c’è un muro di vera ostilità che separa la Russia dalle Repubbliche ex sovietiche, come l’Ucraina e la Georgia, segnata da una sanguinosa guerra con Mosca.
A distanza di vent’anni è più che mai necessario tornare allo spirito dell’ 89. Quello richiamato nella sua recente visita a Praga da Benedetto XVI, secondo cui, se la dittatura era fondata sulla menzogna, «oggi la libertà ha bisogno di essere costruita sulla verità» .
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Se la memoria torna a Genova

Ieri corteo a Roma.
Ministro La Russa, su Cucchi è ora di dire e far dire tutta la verità.

Rassegna stampa - Liberazione, Stefano Anastasia, 8 novembre 2009.

Le foto segnaletiche di Stefano Cucchi hanno colmato un vuoto che si era aperto alla immaginazione di noi tutti: come quel ragazzo sereno e sorridente che si affaccia dagli album di famiglia abbia potuto trasformarsi in quel corpo martoriato che gli stessi familiari hanno voluto rendere pubblico? Dei molti scatti che avrebbero potuto raccontare quella metamorfosi (e che ciascuno in questi giorni ha provato a raffigurarsi, raccapricciando), quelle foto sono una piccola scelta, che aiuta però tanto la nostra immaginazione a fissarsi in un altro punto di realtà quanto l'attività investigativa a restare con i piedi per terra e a non farsi distogliere dalla ridda di ipotesi e di dichiarazioni che si affacciano come una cortina fumogena intorno alla tragica realtà della morte di Stefano Cucchi.
Servono, quelle foto, a fugare la posticcia condizione di incertezza che qualcuno ha voluto alimentare, a proposito della violenza subita da Cucchi dopo l'arresto, ma prima dell'ingresso nel carcere romano di Regina coeli. Qualche giorno fa avevamo addirittura letto del difensore d'ufficio che - in tribunale - non si era accorto di niente: appena finita l'udienza, in una stanza accanto, i medici di piazzale Clodio rilevano (quasi) tutto ciò che risulterà da numerosi accertamenti diagnostici successivi (in vita e in morte) sul corpo di Stefano Cucchi, ma il suo avvocato d'occasione non si era accorto di nulla.
Speriamo in una caduta deontologica: (non dovrebbe, ma) capita che un difensore d'ufficio non guardi neanche in faccia il suo assistito. Altri potrebbero sospettare un potere di condizionamento dell'Arma e del suo Ministro, che già aveva fatto sentire la sua voce, naturalmente assolutoria, per partito preso.
La memoria torna a Genova, otto anni fa: ragazzini presi a calci in faccia da maturi signori appartenenti alle forze dell'ordine sotto gli occhi e le telecamere di mezzo mondo e non una parola di biasimo, un distinguo, un'eccezione. Così oggi Ignazio La Russa: «Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto dei Carabinieri in questa occasione».
Nessuno, in un caso del genere, ha interesse a mettere sul banco degli imputati "i Carabinieri", né l'intero sistema penitenziario o di polizia: servirebbe solo a far perdere nelle fumisterie di responsabilità istituzionali o collettive, quelle specifiche e personali di chi ha abusato del corpo di Stefano Cucchi e di chi - forse - non gli ha prestato le cure e l'assistenza necessarie. Perché, allora, proprio dal Ministro la difesa d'ufficio (e quindi la - logicamente precedente - messa in stato d'accusa) dell'intero Corpo? Passione per le fumisterie? Per le notti in cui tutte le vacche sono bigie? Ma, in questo modo, non si aiuta la giustizia, e neanche l'Arma dei Carabinieri, costretta a sobbarcarsi il sospetto della responsabilità di alcuni suoi uomini in un fatto di morte e violenza. Meglio sarebbe, allora, caro Ministro, dire e far dire tutta la verità: meglio per Stefano e la sua memoria, meglio per la giustizia e i suoi apparati, meglio per l'Arma e chi ne veste la divisa.
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