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mercoledì 4 novembre 2009

Ambiente ed energia

Biogas, altre esperienze e testimonianze.

Abbiamo detto nel precedente articolo quali sono le caratteristiche dell'impianto che la società trevigiana Bioelettra con la partnership di BremBioEnergie, la società agricola costituita dai fratelli Antonio e Paolo Andena assieme agli agricoltori e allevatori Bassanetti, Bonfanti e Cornalba, sta costruendo a Brembio. E abbiamo evidenziato come l'impianto brembiese segua un nuovo paradigma nella costruzione e nella finalizzazione dei prodotti in uscita dall'impianto attraverso le colture in serra che lo renderanno ad emissioni zero di anidride carbonica nell'aria.
In questo articolo invece raccogliamo alcuni documenti presenti in rete che testimoniano di altre esperienze di impianti a biogas, video e animazioni che permetteranno di capire meglio in che cosa consista la produzione di biogas - una miscela di metano e anidride carbonica - attraverso la digestione anaerobica, cioè in assenza di ossigeno.
Cominciamo con questa prima animazione di fonte Greenpeace britannica che spiega in che cosa consista il processo.



Il contenuto sostanzialmente è questo: col termine biogas si intende un gas prodotto dalla decomposizione biologica di sostanze organiche in assenza di ossigeno. Costituito principalmente da metano e anidride carbonica, il biogas è generato da materiale organico ed è un tipo di bio-combustibile. È un prodotto della digestione anaerobica da parte di batteri o dalla fermentazione di materiali biodegradabili come letame o reflui, e può essere usato in impianti CHP, cioè di cogenerazione di calore e energia elettrica. La breve animazione mostra le fasi del processo.
Il video successivo è un'animazione di fonte Schmack che mostra attraverso un'animazione come è costituito e come funziona un loro impianto di produzione di biogas. Le differenze con quello di Brembio sono notevoli, tuttavia la logica d'impianto e le caratteristiche fondamentali sono identiche anche se, ovviamente, diversamente implementate.



Il terzo video è della MT-Energie Italia.




Infine, un video con montaggio e riprese di Vito Custodero per Adamas Comunicazione, che mostra l'inaugurazione di un impianto di biogas realizzato da BioGas Energia a Candiolo, in provincia di Torino.



L'impianto per la produzione e la valorizzazione di biogas di Candiolo è stato inaugurato in giugno presso la Cooperativa Speranza. È stato progettato e realizzato da Biogas Energia e per la parte di cogenerazione da AB Energy, società del Gruppo AB, che ha fornito tutta la parte relativa al gruppo di cogenerazione (ECOMAX® 10 BIO). La Cooperativa Speranza, grazie all'investimento affettuato, produrrà una media annua di 4.000.000 mc di biogas all'anno che genereranno energia elettrica ad regime una potenza di 990 kWe per un totale di più 8.000.000 di kWh ed energia termica ad una potenza di 588 kWt per un totale di più di 6.500.000 kWh. La prima verrà utilizzata per autoconsumo e venduta alla rete elettrica, la seconda verrà fornita sotto forma di acqua calda all'Istituto di Ricerca e Cura del Cancro (IRCC) e ad altre realtà circostanti.
Immettendo nella rete energia prodotta da fonti rinnovabili, l'impianto consentirà di evitare una grande quantità di emissioni di CO2, (circa 5.670 t/a) grazie al minor consumo di combustibile fossile. La riduzione dell'inquinamento atmosferico attraverso l'utilizzo di fonti rinnovabili riveste un ruolo sempre più rilevante nell'ambito di una politica energetica sostenibile, finalizzato al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto.
Per le aziende facenti parte della Cooperativa Speranza la decisione di realizzare un impianto di biogas si fonda su di una particolare sensibilità all'ambiente, ma tale scelta è premiante anche da un punto di vista economico.
L'impianto per la produzione e la valorizzazione di biogas di Candiolo funziona così: i reflui zootecnici e le biomasse di origine agricola vengono immessi in due grandi vasche dove, attraverso un processo naturale di fermentazione anaerobica generata da batteri, viene generato il biogas. Quest'ultimo viene utilizzato come combustibile per far funzionare l'impianto di cogenerazione composto da un motore che, accoppiato ad un alternatore, genera energia elettrica e, con uno scambiatore di calore, genera energia termica. I residui del processo di fermentazione sono un ottimo fertilizzante biologico, inodore, che potrà essere utilizzato per la concimazione dei campi.
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Il gabibbo tra noi

Meglio il gabibbo che Staffelli.

Un'Anonimo ha scritto oggi in un commento: "cara redazione prima di quanto crediate vi mando il gabibbo ciao".
Commentandolo in una e-mail Angelo Bergomi mi scrive: "Mi piacerebbe tanto fare una foto con il gabibbo; naturalmente dopo la pubblicherei per una settimana".
Angelo è stato esaudito prima di quanto si pensi, tant'è che alzando gli occhi al cielo ha esternato al "Ciao, besugo" del gabibbo un "Oh caspita! Già qui!?!!.


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Biogas a Brembio

La centrale a biogas in costruzione della partnership Bioelettra e BremBioEnergie.

Dopo il via libera regionale e provinciale è partita la costruzione dell'impianto che realizzerà il progetto della Bioelettra e della partecipata BremBioEnergie Soc. agricola r.l., che è stato premiato, per le sue caratteristiche innovative nonché per la rispondenza alle problematiche sollevate dalla Regione a tutela del mondo agricolo, con l'aggiundicazione del bando regionale in merito al "Programma pilota d’azione regionale di investimento per produzioni agroenergetiche e per il contenimento del carico di azoto nelle zone vulnerabili”.


Il tecnico della Bioelettra che ci ha fatto da guida con Angelo Bergomi.

Abbiamo avuto modo di visitare il cantiere, rimanendo favorevolmente impressionati da quanto vedevamo, come Angelo Bergomi ha evidenziato nel suo resoconto della visita. Le foto che accompagnano questo articolo, in cui cercheremo di spiegare in che cosa consista il progetto, si riferiscono a quella visita.



Il progetto presentato alla Regione è stato sviluppato da Bioelettra, società di Treviso, in sinergia con il Comune di Brembio, rappresentato dal sindaco Giuseppe Sozzi, e con gli agricoltori Fr.lli Andena, Bonfanti, Cornalba e Bassanetti, che hanno creato una società agricola, la BremBioEnergie operante come partner diretto della Bioelettra. Le caratteristiche del progetto possono essere così riassunte: nuovo paradigma del settore, biogas, stazione di rimozione dei nitrati e serre, 960 KW elettrici, 1.080 KW termici, 13.000 metri quadri ad orticole. Spieghiamo.
Il progetto riguarda la costruzione di un impianto di biogas della potenzialità nominale di 1,15 MW elettrici, che sfrutta biomasse vegetali ed animali (triticale, mais, sorgo zuccherino, liquame suino) raccolte nel raggio di una decina di chilometri dal luogo, dove sta sorgendo il complesso. Da queste biomasse, tramite degradazione biologica in ambiente anaerobico e mesofilo, è possibile ottenere biogas che, bruciato nei motori di cogenerazione, produce energia termica ed elettrica.
Il carattere innovativo del progetto si basa sulla valorizzazione delle emissioni prodotte dal processo: calore, anidride carbonica derivante dalla combustione del biogas e digestato. Quest’ultimo viene separato nelle frazioni solida e liquida: dalla prima si ottiene un prodotto di qualità da utilizzare a scopo agronomico per la fertilizzazione dei campi. La frazione liquida invece, ancora ricca di nitrati, subisce dapprima un processo di depurazione biologica a fanghi attivi attraverso stadi di ossigenazione, poi viene inviata ad una stazione serricola dove le piante assorbono gli elementi nutritivi forniti dal refluo stesso, ultimando pertanto il processo di degradazione della sostanza organica e dei composti azotati. In tal modo viene sfruttato il potenziale energetico della biomassa in ingresso riducendo nel contempo il carico azotato della stessa.



Una criticità degli impianti di biogas, infatti, spesso non tenuta in considerazione riguarda la destinazione delle emissioni di processo (digestato e fumi di scarico). Biolettra propone il loro recupero valorizzandone le diverse potenzialità di utilizzo. Un esempio è mostrato nello schema riportato: dal recupero del calore prodotto dal gruppo di cogenerazione, dell’anidride carbonica in uscita a camino (proveniente dalla reazione di combustione del biogas) e del digestato purificato nella sua frazione liquida e maturato per quella solida, si possono ottenere acqua depurata, prodotti ortofrutticoli e compost. In questo modo risulta ottimizzato il rendimento del processo sia dal punto di vista ambientale che da quello economico, con un occhio di particolare attenzione rivolto all’investimento nel mondo agricolo ed al rispetto della cosiddetta "normativa nitrati", che coinvolge non solo agricoltori ed allevatori ma anche le amministrazioni pubbliche.


I contenitori dove avverrà il processo di digestione anaerobica.

Ma vediamo in cosa consiste il processo di digestione anaerobica che è alla base dell'impianto.
La digestione anaerobica è un processo biologico complesso attraverso il quale, in assenza di ossigeno, la sostanza organica viene trasformata in biogas o gas biologico, costituito principalmente da metano e anidride carbonica.
La percentuale di metano nel biogas varia a seconda del tipo di sostanza organica alimentata e dalle condizioni di processo, da un minimo del 50% fino all'80% circa. Poiché la digestione anaerobica può essere considerata anche come un processo di trattamento di inquinanti, le condizioni del processo possono essere scelte per realizzare la massima resa di depurazione o la massima resa di prodotti energetici.
In genere, le materie prime utilizzabili sono residui zootecnici, scarti dell'industria agroalimentare, acque e fanghi reflui, ecc..


L'interno di un digestore già coperto.

Si tratta di un processo integrato, che presenta una serie di vantaggi di tipo energetico, ambientale ed agricolo così riassumibili:
-- produzione di energia da fonte rinnovabile;
-- miglioramento dell'economia delle aziende zootecniche e/o agricole;
-- minori emissioni di gas-serra;
-- migliore qualità dei fertilizzanti prodotti;
-- riciclaggio economico dei rifiuti, con ricaduta positiva sull'impatto ambientale;
-- minore inquinamento da odori e ridotta presenza di insetti;
-- miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie dell'azienda.




Nell'interno di un contenitore in fase di costruzione.

Il sistema proposto da Bioelettra prevede un insieme di trattamenti sequenziali ed integrati fra loro. (Le note che seguono sono tratte dalle pagine informative del sito dell'azienda trevigiana).
Ricezione dei materiali da trattare
L'impianto integrato è in grado di ricevere liquami zootecnici di varia natura e provenienza: suini, bovini, avicoli, ovini, equini. I reflui zootecnici conferiti vengono scaricati direttamente nelle vasche di stoccaggio che alimentano la linea di digestione anaerobica.
I substrati di origine vegetale possono essere stoccati in appositi silos orizzontali e/o verticali. I materiali scaricati vengono compattati per permettere l'avvio della fermentazione lattica e coperti per proteggerli dall'azione degli agenti atmosferici.
I substrati vegetali vengono dosati e convogliati nelle tramogge di carico e successivamente miscelati ai reflui zootecnici per costituire l'alimentazione al digestore.


Le "trincee" dove viene conservato il materiale vegetale.

Digestione anaerobica con recupero del biogas prodotto
Il processo di digestione anaerobica permette di ottenere il biogas a partire da liquami zootecnici (suini, bovini, avicoli, ecc.) e da substrati di natura vegetale, provenienti da colture dedicate (insilati di mais, sorgo, ecc.) o da scarti di varia natura (industria agro-alimentare, ecc.). Il digestore anaerobico è dotato di copertura a membrana per il recupero e contenimento del biogas.
L'effluente del digestore anaerobico (digestato) può essere stoccato in vasche apposite in attesa di essere sottoposto a separazione solido - liquido.


I contenitori dei digestori e del serbatorio del biogas.

Utilizzo del biogas prodotto per la produzione di energia elettrica e termica
Il biogas ottenuto dalla digestione anaerobica può essere vantaggiosamente utilizzato come combustibile per alimentare cogeneratori che erogano contemporaneamente energia elettrica ed energia termica disponibili all'utilizzo.
I motori per la cogenerazione sono alloggiati in specifici containers per adempiere alla normativa in materia di sicurezza e di inquinamento acustico.
Separazione solido - liquido dell'effluente del digestore
Questa operazione consiste nella separazione del digestato in una frazione solida da avviare a compostaggio ed in una frazione liquida con valore fertilizzante.


L'area che ospiterà le serre.

Compostaggio
La frazione solida ottenuta dalla separazione solido - liquido del digestato viene fatta pervenire ad una sezione di compostaggio, ove si verifica la maturazione del substrato per la produzione di un compost di qualità.
Dopo la permanenza nel settore di compostaggio per un periodo di circa tre settimane si ottiene il prodotto finito, pronto ad essere immesso sul mercato all'ingrosso o, previo confezionamento, al dettaglio.


Parte dell'impianto visto dalla cima delle "trincee". Alla sinistra l'area dove sarà installato l'impianto di cogenerazione.

Produzione di fertilizzante liquido
La frazione liquida ottenuta dalla separazione solido - liquido del digestato viene fatta pervenire ad una sezione di lagunaggio, ove può essere eventualmente integrata con additivi minerali e/o organici per l'adeguamento al successivo utilizzo agronomico.
Il fertilizzante ottenuto può essere utilizzato a scopi agronomici date le sue elevate caratteristiche nutrienti.
Presidi ambientali a servizio dell'impianto
Abbattimento del carico azotato dei reflui. Il carico azotato della frazione liquida del digestato può essere abbattuto con adeguate soluzioni Bioelettra Integrated System Treatment Resolution Integrated System.
Abbattimento degli odori. Per prevenire la fuoriuscita di emissioni maleodoranti dalle sezioni di lavorazione dell'impianto gli edifici sono chiusi e mantenuti in leggera depressione. L'aria esausta viene captata e depurata tramite il passaggio attraverso biofiltri.


Ancora un'immagine dei digestori e della posa di fondazioni per altre stazioni dell'impianto.

L’utilizzo finora più conveniente dei biogas derivante dalla Digestione Anaerobica risulta la sua combustione all’interno di motori endotermici alternativi funzionanti a "Ciclo Otto". Questi presentano rendimenti che superano anche il 90% e permettono la cogenerazione di energia elettrica e termica. Maggiore è la potenza del cogeneratore adottato migliore è la resa in termini di energia elettrica prodotta. Nel cogeneratore il biogas entra in seguito ad una depurazione (filtrazione da eventuali particelle solide, rimozione dei composti solforati sotto forma di zolfo elementare, deumidificazione mediante raffreddamento) ed una rampa di alimentazione. L’energia meccanica prodotta dalla combustione viene trasformata in elettrica alternata per la sua immissione in rete. Il recupero termico avviene tramite acqua di raffreddamento della camicia del motore, dell’olio di lubrificazione e dei fumi in uscita. Solitamente il rendimento in energia elettrica risulta pari al 75% di quella termica.


La centrale di biogas vista dalla strada del cimitero. Praticamente già ora, senza la prevista piantumazione di alberi si confonde con lo sfondo.
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Casale. Rinnovati i vertici delle Acli

Casalpusterlengo. Acli in assemblea: Emilio Oltolini rimane presidente.
Rassegna stampa - Il Cittadino, 4 novembre 2009.



Le Acli cittadine rinnovano i vertici. Presidente resta Emilio Oltolini, vicepresidente vicario Luigi Bersani, in precedenza segretario. Le elezioni del consiglio si sono tenute il 18 ottobre nell’ambito dell’assemblea cittadina. Rinnovato l’intero consiglio, composto da 11 membri. A sua volta il consiglio ha tenuto la sua prima riunione la settimana scorsa, scegliendo al proprio interno le cariche operative del direttivo: Emilio Oltolini è il presidente riconfermato, Luigi Bersani è il vicepresidente vicario già segretario nell’ultimo mandato, Stefano Mancini è il nuovo vicepresidente con delega amministrativa e Andrea Bossi infine è il nuovo segretario. Dei quattro incarichi, dunque, due sono delle riconferme, altri due sono affidati a nuovi ingressi. Nel segno della continuità dell’azione politica e delle linee d’indirizzo generali e di servizio è da leggere la riconferma del presidente. «Proseguiremo come è stato fatto negli ultimi anni, con l’apertura nei confronti della città e cercando di lavorare il più possibile sul territorio», affermano i nuovi vertici delle Acli. Intanto, per la stagione aperta a settembre sono stati riconfermati tutti i servizi che le Acli erogavano in precedenza.
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Brembio: viabilità cittadina

Curiosità della segnaletica.
Fotopost.


Livraga - Zorlesco - Albero.


Moderare la velocità dosso e… casa in costruzione.


Stop a 150 metri; io sto già cadendo.


Stoppalo!
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Con i piedi di piombo

Bersani-Rutelli, sfida a distanza.
Rassegna stampa - Avvenire, Giovanni Grasso, Danilo Paolini, 3 novembre 2009.

Una giornata di riflessione, ieri [2 novembre, ndr], per il neosegretario del Pd Pierluigi Bersani che ha evitato accuratamen­te di fare dichiarazioni pubbliche e ha lavorato molto al telefono. Sul tavolo parecchie questioni: l’addio di Francesco Rutelli e le nomine di partito, l’offensiva diplomatica del premier Berlusconi. Sull’assetto interno Bersani si sta muovendo con i piedi di piombo. Le inten­zioni espresse nella vigilia - ovve­ro di dare al nuovo partito una di­rigenza unitaria - saranno rispet­tate. Ma il puzzle degli organi­grammi è sempre più complesso del previsto, anche perché Bersa­ni è intenzionato a dare visibilità all’area proveniente dal Ppi - Mar­gherita (Bindi - Letta) che lo ha ap­poggiato nella sua corsa vincente alla segreteria. Un problema reso ancora più urgente dalla defezio­ne di Francesco Rutelli, che spin­ge Bersani a valorizzare ancor di più gli esponenti non provenienti dai Ds.
Rutelli, intanto, dopo aver dato uf­ficialità al suo addio al Pd in un’in­tervista diffusa domenica, conti­nua a tessere la sua tela, soprat­tutto tra i senatori e i deputati. Nei prossimi giorni si terrà l’annun­ciato incontro collegiale, ma i contatti con i singoli si susseguono senza sosta. A ciascuno, il senato­re spiega il progetto e annota la di­sponibilità a formare un nuovo gruppo parlamentare. Nella lista, non solo nomi del Pd, ma anche del Pdl e dell’Idv. Centrale, natu­ralmente, resta il dialogo aperto con l’Udc, che al Senato non ha un gruppo tutto suo.
Per oggi Rutelli è atteso a Venezia, città governata dall’amico Massi­mo Cacciari che giusto ieri (anche lui a mezzo stampa) lo ha pregato di non contare su di lui per la nuo­va avventura. «Con la politica ho chiuso», ha annunciato il sindaco della Serenissima. Il quale, tutta­via, insieme a Rutelli ha sotto­scritto il manifesto 'per il cambia­mento e il buongoverno' di Lo­renzo Dellai. Tra gli interlocutori più assidui di Rutelli, c’è chi assi­cura che oggi i due si vedranno.
Insomma, non è detta l’ultima. Ie­ri l’ex sindaco di Roma ha preso atto anche delle dichiarazioni del sindaco di Firenze Matteo Renzi: «Mi dispiace che Francesco se ne vada dal Pd ma non lo seguo, sta facendo uno sbaglio». Parole, que­ste, che Rutelli ha già sentito da al­tri. Per esempio da suoi 'fedelissi­mi' di un tempo, come Paolo Gen­tiloni, Ermete Realacci e Roberto Giachetti, nessuno ha intenzione di lasciare il Pd. A Montecitorio, qualcuno fa notare che «France­sco è l’unico ad avere avuto il coraggio di lasciarsi alle spalle le na­vi bruciate» . Tutti gli altri attendo­no, tra i cosiddetti teodem come tra gli ex- popolari. Attendono so­prattutto ciò che farà il nuovo se­gretario del Pd Pierluigi Bersani.
E le nomine saranno importanti, se non decisive. Il Bersani passa i­nevitabilmente anche attraverso la questione dei capigruppo alla Camera e al Senato che - come vuole il fair play a ogni cambio di segretario - sono dimissionari. E anche in queste ultime ore conti­nuano le pressioni su Franceschi­ni perché accetti il ruolo, impor­tantissimo, di presidente dei de­putati del Pd.
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Un veleno di traboccata disperazione

Il suicidio di Diana Blefari.
È giusto che paghi, è ingiusto che muoia.

Rassegna stampa - Avvenire, Giuseppe Anzani, 3 novembre 2009.

La legge le aveva dato il carcere a vita, lei si è data la morte. All’indomani della sentenza con cui la Cassazione penale ha sigillato la condanna all’ergastolo per l’assassinio di Marco Biagi, Diana Blefari si è uccisa. D’istinto, la memoria cerca il passato, a ritroso dei gradi processuali, rivede la morte dell’innocente ammazzato sull’uscio di casa, e già in quel crimine orrendo ritrova l’immagine totalizzante del dolore. Oggi la cronaca aggiunge la morte di chi diede la morte.
E invece che impossibile bilancia, di nuovo la morte è un veleno di traboccata disperazione. È ancora dolore, è ancora lutto, perché la vita, la vita di chiunque, resta un bene supremo. Ci nascono dunque in cuore domande e inquietudini. Domande a noi stessi, prima ancora che interpelli ad altri designati soggetti.
Riflessioni che possono, che 'devono' convivere con l’esecrazione del delitto Biagi, con il pianto condiviso della sua famiglia, con la doverosa riparazione collettiva, con la repressione di ogni rigurgito terrorista, con la nozione che la condanna per omicidio è l’esito di tre gradi di giudizio, e che l’ergastolo è una pena che la Consulta tien lecita, e che gli Italiani nel referendum del 1981 hanno rifiutato di abrogare.
Non sono dunque smagliature legali, le crepe in cui si è infilata la morte. È piuttosto il profilo soggettivo della storia personale, come sempre accade nelle infinite storie personali, il bandolo ultimo per capire. La dinamica psicologica del suicidio è la disperazione.
È il disfacimento del futuro immaginabile come vita, come progetto, come presenza significativa.
Più che un gesto di resa di chi è fiaccato dalla sconfitta del proprio desiderio, e oppone il suo pianto o la sua supplica, il suicidio è la fuga che impreca il dolore, lo maledice e lo rimpiazza con il fantasma del nulla in cui vuol precipitare. Il problema diventa allora se la pena doverosa, così com’è praticata, possa diventare una pena 'disperante', disperante 'a morte' per chi la subisce. C’è il profilo oggettivo, sulla qualità e il grado di afflizione: si pensi, appunto, all’ergastolo come sintetico destino espulsivo; o si pensi al 41bis, che si propone come 'crudeltà necessitata'. Ce n’è già da far tremare le vene e i polsi agli addetti. Ma poi c’è il profilo soggettivo, determinante: c’è gente che si sente morire, c’è gente che muore, c’è gente che si dà la morte. C’è gente 'malata dentro' che annega in un quotidiano morire, con sofferenze peggiori del morire. Se è giusto che paghi, non è giusto che muoia. Non è in primis un problema di sorveglianza ad impedire il gesto di morte, è il capire il perché della morte. La morte in carcere vuol dire che il sistema penitenziario sta fallendo, che invece di ricostruire la speranza (l’emenda, dice la Costituzione, cioè addirittura il traguardo della speranza compiuta) sigilla la disperazione.
Quello di Diana non è già più l’ultimo suicidio, nel record di quest’anno: a Verona si è ucciso ancora un ragazzo di 29 anni; condannato a cinque anni, ne aveva ormai scontato metà.
Chi è attento ai pensieri, alle emozioni, all’affettività positiva o agli impulsi distruttivi, alle fantasie di salvezza o ai deliri di rovina, alle fragilità psichiche, comuni o peculiari, delle persone incatenate? Sì, c’è un volontariato che lo fa. Ci sono i cappellani. Ma ci vorrebbe forse ancora un clima diverso, interno ed esterno alle carceri, che capisse cosa vuol dire la 'penitenza condivisa': quella che senza mentire sul delitto ripudiato, tiene accesa la fiammella della speranza e della riparazione mentre traversa il dolore. Senza la speranza il dolore che genera morte è soltanto insensato.

Chi è condannato ha il «diritto» di espiare.
Rassegna stampa - Avvenire, Ferdinando Camon, 3 novembre 2009.

Uno è assassino quando ha superato un test complesso, che consiste nel reggere il delitto con la mente e con i nervi, prima, durante e dopo l’esecuzione.
Diana Blefari, la brigatista rossa che s’è impiccata nel carcere di Rebibbia, aveva superato questo test? Purtroppo sì. Aveva programmato, insieme con altri, l’uccisione di Marco Biagi, aveva eseguito personalmente la ricognizione dei luoghi, aveva aspettato la vittima nella sera dell’operazione, l’aveva seguita in bicicletta (la sua vittima era anch’essa in bicicletta), fino al momento dell’esecuzione, sotto casa. E questo è il compimento del delitto. Non tutti quelli che reggono questa fase reggono le fasi successive. Quando il delitto si svela per quello che è: la massima delle colpe che l’uomo possa compiere. Ma Diana passò anche i test successivi: ospitò la cellula di assassini, scrisse e spedì la rivendicazione, e molto più tardi ribadì che l’uccisione era stata giusta, e che se aveva una colpa era di aver mancato di crudeltà: la vittima, prima di ucciderla, bisognava torturarla.
Questo lei non l’aveva fatto. E di questo si pentiva.
I capi delle cellule terroristiche sanno che il momento del crollo è quello che segue all’esecuzione. Perciò loro preparano e addestrano gli assassini. Nell’antica Sparta, i giovani avevano libertà di girare di notte e uccidere gli schiavi, non venivano perseguiti per questo. In Dostoevskij, i capi dei nichilisti, prima della strage rivoluzionaria, provavano con qualche delitto singolo, e osservavano le reazioni dei compagni di cellula (uno crolla, e il capo esclama: «Che porcheria, questa gente!»). Diana non crolla. Molto tempo dopo, si dice pronta a ripetere l’omicidio, alzandolo al quadrato.
Dunque, il test dell’omicidio lo ha passato. L’espiazione e la redenzione sono un contro- test. Chi ha ucciso ed è 'passato di là', nel campo opposto alla nostra morale, deve 'tornare di qua', nella nostra morale. Deve condannare ciò che approvava prima, e lavorare per la nuova morale, affinché prevalga.
Perché tutto questo sia possibile, bisogna (qui sta la prova) che l’assassino senta come giusta la propria condanna. In 'Delitto e castigo' la redenzione comincia non quando l’assassino entra in carcere, ma quando accetta il carcere, accetta di fare tutti gli anni che gli restano da fare, e anzi soffre e piange perché, in confronto alla sua colpa, gli sembrano pochi. Anche il personaggio di Dostoevskij aveva dichiarato, appena scoperto: «Mi uccido, rifiuto la vita» . Ma chi l’aveva scoperto gli ribatteva: «Che cosa sapete voi della vita? Cosa sapete del futuro? Come potete rifiutare ciò che non conoscete?». È questo il principio sul quale si basa l’ergastolo come superamento della condanna a morte: la condanna all’ergastolo invece che a morte non è soltanto l’impedimento allo Stato di uccidere, ma anche al condannato di uccidersi.
Chi è condannato all’ergastolo, è condannato a non rifiutare la vita, ad attendere ciò che la vita può offrire, magari negli ultimi anni o negli ultimi giorni. O l’ultimo in assoluto. In Dostoevskij l’assassino uccide per l’applicazione coerente di un principio folle. Nei nostri terroristi è lo stesso. Chi li ammira (purtroppo ce ne sono, anche su Facebook) ammira la coerenza, dimenticando la follia che sta nel principio. Chi non soffre per il loro suicidio, perché soffre per la morte di Biagi, non sente che le sofferenze sono ambedue possibili, e dimentica che chi ha ucciso 'ha il diritto' di essere condannato e chi è condannato 'ha il diritto' di espiare: se la disorganizzazione delle nostre carceri ha una responsabilità nel suicidio di Diana Blefari, allora le nostre carceri non sanno attuare il diritto all’espiazione, che è la ragione per la quale esistono.
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Variante di Zorlesco: nema problema

Parla il sindaco.
«Variante di Zorlesco, non ci sono problemi».
Rassegna stampa - Il Cittadino, Andrea Bagatta, 4 novembre 2009.

«Non c’è nessun problema a fare una modifica al progetto della tangenziale in sede di conferenza di servizi, se la gente di Zorlesco lo chiederà. Rispetto a sei mesi fa non è cambiato nulla e non capisco le polemiche sollevate in questi giorni». Il sindaco di Casale, Flavio Parmesani, vuole chiarire la posizione dell’amministrazione all’indomani delle polemiche nate in consiglio comunale rispetto alle richieste dei commercianti di Zorlesco di modificare il progetto di tangenziale, che isolerebbe la frazione tagliando i collegamenti con Brembio e Somaglia. «Se gli zorleschini vorranno una modifica, non ci sarà nessun ostacolo - afferma Parmesani -. I soldi li mette Anas e quindi non è un problema di risorse, anche perché la modifica avverrebbe con i ribassi di gara. Non credo ci siano enti o soggetti penalizzati da una piccola variante in corso d’opera. La nostra prudenza è dettata solo dal fatto che in conferenza di servizi il comune di Casale si deve confrontare con altri soggetti e quindi è giusto aspettare il confronto. Se poi Zorlesco vorrà la modifica, faremo la modifica». L’ipotesi più probabile è quella di un piccolo cavalcavia per superare la tangenziale sulla strada che collega la frazione alla ex strada statale 234 Mantovana, mentre sulla strada per Brembio soluzioni tecniche sembrano meno semplici. Ma un collegamento sarà comunque assicurato dalla nuova bretella che sorgerà a nord dell’abitato. «Abbiamo ereditato il progetto che ha avuto un iter iniziato quando era sindaco Rebughini - sostiene l’assessore ai lavori pubblici Luca Peviani -. La modifica richiesta da Zorlesco si potrà fare senza problemi in sede di conferenza di servizi, ma vogliamo anche ricordare che altri hanno avuto 15 anni di tempo per sistemare quel progetto e non lo hanno fatto. Accusare ora la maggioranza di centrodestra che si è insediata da cinque mesi sembra paradossale».
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Dopo i musulmani nel mirino i mendicanti

Casale. La polizia locale è intervenuta bloccando la signora e confiscando il frutto di poche ore di elemosina. Giro di vite contro i mendicanti. Romena multata al cimitero, sequestrati 151 euro.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Andrea Bagatta, 4 novembre 2009.

Chiede l’elemosina al cimitero ma molesta i visitatori. La polizia locale interviene, la multa e le sequestra 151 euro frutto di un paio d’ore di accattonaggio. È successo lunedì mattina, il giorno della commemorazione dei defunti, a Casale. La protagonista è una signora di nazionalità romena di 42 anni, G.S., che lunedì mattina attorno alle 9 si è posizionata all’ingresso del cimitero e ha cominciato a chiedere insistentemente l’elemosina ai visitatori, in qualche caso strattonando le persone, in altre piangendo e seguendole fino all’interno del camposanto. La donna è stata notata da una pattuglia della polizia locale, nel corso di uno dei controlli intensificati in questi giorni per le numerose segnalazioni.
La donna è stata fermata per una verifica e ha mostrato agli agenti regolari documenti personali, sostenendo di essere senza fissa dimora e proveniente da Parma. La pattuglia però ha rilevato che la donna «stava effettuando accattonaggio molesto ovvero chiedeva denaro in forma petulante all’interno del cimitero urbano», e sulla base dell’ordinanza del sindaco emessa lo scorso luglio le ha comminato una sanzione amministrativa di 100 euro e disposto l’immediato sequestro del denaro provento dell’elemosina. In due ore aveva raccolto monete e monetine per 151 euro che, dopo gli opportuni accertamenti, sono stati depositati in banca in attesa della effettiva confisca. La donna non si è data per vinta: raggiunto il comando di polizia locale, ha inscenato una rumorosa protesta, gettandosi a terra nella sala d’accoglienza e spogliandosi parzialmente, reclamando a gran voce che le venissero restituiti i soldi. Allontanata una prima volta, la romena si è quindi fermata davanti al comando, bussando insistentemente alla porta e urlando. Le proteste non hanno tuttavia sortito alcun effetto, e dopo un paio d’ore la donna ha desistito e si è allontanata in auto, come lei stessa aveva detto di aver raggiunto Casale. «Si passa dalle parole ai fatti e di questo non posso che essere soddisfatto, anche perché la polizia locale sta seguendo bene le indicazioni che abbiamo dato a livello politico - commenta il sindaco Flavio Parmesani -. Anche questo è un tassello importante per il decoro cittadino e per la sicurezza, sia quella effettiva sia quella percepita dai cittadini. Proseguiremo su questa strada». E dal comando fanno già sapere di avere in programma un’ulteriore intensificazione dei controlli, anche in borghese, in particolare nei giorni di mercato, per contrastare l’accattonaggio ma anche i piccoli furti con destrezza.
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Pendolari, rabbia alle stelle

Guasto ai binari: per i pendolari un altro viaggio da “disperati”.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Greta Boni e Paola Arensi, 4 novembre 2009.

Qualche pendolare ha ancora la forza di riderci su. Per la maggior parte dei viaggiatori, però, l’ennesima sfilza di ritardi ha fatto salire la rabbia alle stelle. Nella serata di ieri, infatti, i più fortunati hanno impiegato “solo” 30 minuti in più per arrivare a casa. Ma c’è anche chi ne ha dovuti collezionare 50 o 60. Tutta colpa di un guasto elettrico che si è verificato nella stazione di Milano Rogoredo.«Sul tabellone ho dato un’occhiata ai ritardi accumulati dai convogli intorno alle 18.20 - spiega Alessandro Grecchi, il poeta pendolare -, era segnalato un guasto elettrico alla stazione di Rogoredo, per questo tutti i treni che viaggiavano verso sud erano fermi e creavano un imbuto. Si trattava dei treni in partenza da Rogoredo, Lambrate o Sesto San Giovanni. Il convoglio 20425, per esempio, in partenza da Milano Garibaldi, aveva 50 minuti di ritardo, mentre il 20427, in partenza da Milano Lambrate, ne aveva 50. Dopo dieci minuti ne sono stati segnalati solo 30, i convogli successivi ne avevano 20, poi 10, poi 5, forse perché nel frattempo qualcuno stava risolvendo il guasto».
Alcuni lodigiani sono partiti da San Donato alle 17.30, ma si sono fermati alla stazione di Tavazzano solamente alle 18.25, dopo un’ora di viaggio. E non erano nemmeno al capolinea. «Naturalmente si può immaginare quanto potessero essere affollati i treni - aggiunge il poeta pendolare -, non appena ne arrivava uno tutti ci salivano sopra, creando una gran confusione, non si capiva più nemmeno quale fosse il treno da prendere. La cosa stupefacente - conclude Grecchi - è che il messaggio automatico delle Ferrovie dello Stato recitava la classica frase “ci scusiamo per il disagio”, ma disagio, per il buonsenso e persino per il dizionario, è semmai di 10, 15 minuti, in questo caso ce n’erano 50: una tragedia. La frase esatta sarebbe stata “ci scusiamo per la tragedia”». E tutto mentre ogni sera, alla tv, i pendolari si trovano davanti lo spot dell’alta velocità. Una freccia rossa che non incontra la loro simpatia.
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Salti mortali per non licenziare

I rappresentanti degli artigiani: «La maggior parte delle imprese lodigiane fa di tutto pur di non licenziare i dipendenti». Crisi, le piccole aziende non si arrendono. Ma nel 2009 in 41 hanno fatto ricorso ai contratti di solidarietà.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Greta Boni, 4 novembre 2009.

Le piccole imprese artigiane tirano la cinghia, ma non sanno fino a quando potranno resistere. A partire dall’inizio dell’anno, su tutto il territorio provinciale, 41 aziende hanno potuto usufruire dei contratti di solidarietà, che hanno comportato una riduzione dell’orario di lavoro per 240 dipendenti. La procedura è stata portata a termine per 19 aziende e 110 addetti. I contratti di solidarietà - con una durata di circa 6/8 mesi - prevedono che il dipendente perda il 25 per cento della retribuzione relativa alle ore non lavorate, il sostegno economico dipende per il 50 per cento dall’Eba (Ente bilaterale artigianato) e per il 25 per cento dal ministero del Lavoro. La procedura, però, è ancora aperta per 22 aziende che comprendono 130 addetti. Solo 8 imprese hanno fatto ricorso alle sospensioni, per un totale di 20 lavoratori. In questo caso, la copertura dipende per il 50 per cento dall’Eba e per il restante 50 per cento dall’Inps, ma solamente per chi ha diritto alla disoccupazione.Da quando le risorse si sono prosciugate, alcuni artigiani hanno fatto ricorso alla cassa integrazione in deroga. Al momento, le aziende che ne hanno usufruito sono una quarantina, per circa 200 dipendenti. Un quadro in movimento, dal momento che gli accordi sono definiti a tavolino fra imprenditori, associazioni di categoria e sindacati. «Le domande - commenta Vittorio Boselli, segretario di Confartigianato -, dopo una certa crescita in occasione della ripresa autunnale, nelle ultime settimane hanno un po’ rallentato». Il settore più colpito è quello metalmeccanico (75 per cento), seguito dal tessile (15) e dal chimico (10).
Sul territorio, però, ci sono numerose imprese che, pur tra mille peripezie, stanno continuando a lavorare mantenendo l’occupazione. «La situazione dell’artigianato è quella di un elastico molto tirato - aggiunge Boselli -, nonostante il ridimensionamento degli ordinativi non subentra la riorganizzazione aziendale. Speriamo che l’elastico non si spezzi, non tanto per la ventilata ripresa, quanto per il fatto che la piccola impresa è un progetto di vita, a cui non si rinuncia». A differenza del passato, questa volta l’artigianato non è più in grado di assorbire la forza lavoro licenziata dall’industria. «Numerose aziende hanno mantenuto inalterata l’occupazione - conferma Mauro Sangalli, segretario dell’Unione artigiani -, la risorsa umana è il loro pilastro: si tratta di operai specializzati, persone formate in azienda e che non possono essere lasciate a casa. Sul territorio è stato messo in campo anche un fondo a rotazione di 600mila euro, fino a questo momento ha anticipato risorse per 140mila euro: un modo per dare una boccata di ossigeno alle famiglie».

Per i titolari la speranza è l’ultima a morire: «Si va avanti giorno per giorno con sacrifici».
Rassegna stampa - Il Cittadino, Greta Boni, 4 novembre 2009.

Non vogliono licenziare nemmeno un lavoratore, perchè è una risorsa troppo preziosa. E anche se il fatturato piange preferiscono tirare la cinghia, inventarsi un modo per andare avanti. Le piccole, piccolissime aziende della provincia di Lodi, quelle che non hanno ancora lasciato a casa nessuno e che in questo periodo stanno facendo i salti mortali, non sanno fino a quando potranno resistere. Spesso messe in ombra dai grandi gruppi o poco conosciute sul territorio, questo tipo di imprese costituiscono il cuore dell’economia del nord. «La differenziazione del mercato ci ha dato una mano - fanno sapere da “CasaIdea” di Tavazzano, azienda specializzata in arredamento e falegnameria, iscritta alla Confartigianato -, ma è una strategia che non abbiamo sviluppato adesso, bensì nel corso dei decenni. Nel nostro settore le imprese hanno visto il fatturato calare del 40-50 per cento, una situazione che non permette investimenti e mette in crisi i bilanci. Nel 2008 noi abbiamo subito un calo del fatturato del 10 per cento, vedremo che cosa succederà a fine anno, ci sarà certamente una diminuzione, ma sarà un parametro che ci permetterà comunque di tenere i conti a posto e di non fare figure, nè con il personale nè con i fornitori». Per molti è anche una questione di orgoglio: evitare licenziamenti e pagare i fornitori sono le due missioni da portare a termine senza batter ciglio. I titolari di “CasaIdea” sono convinti che il patrimonio di ogni singola impresa debba essere salvaguardato.
Marco Crotti, socio della Confartigianato e titolare di Mareva a Maleo, impresa che dal 1969 è impegnata nel settore tessile, ha dovuto fare i conti con le difficoltà del mercato già da molto tempo, da quanto è iniziata la concorrenza che arriva dall’estero. La crisi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: «Ne abbiamo risentito tanto, c’è stata una notevole riduzione degli ordinativi, ma abbiamo mantenuto inalterata la nostra struttura. Se prima qualche lavoro lo facevamo fare all’esterno, oggi non è più così. Siamo costretti a guardare al futuro con fiducia, anche perché io con questa attività ci mantengo la famiglia. Il problema saranno le risorse economiche, riusciremo ad avere quelle necessarie per ripartire? Dobbiamo essere supportati». A Bargano la famiglia Guarnieri gestisce da ormai cento anni un’azienda specializzata in arredamento. Il signor Antonio, esperto nel settore bancario e iscritto all’Unione artigiani, sottolinea che è arrivato il momento di dare fiducia alle piccole aziende: «Nonostante il calo del lavoro, abbiamo continuato a investire e non abbiamo mai accettato di lasciare a casa qualcuno, è proprio questo il nostro investimento più importante. Eppure, nessuno fa qualcosa di concreto per aiutarci, è il momento di fare quadrato». La filosofia dei piccoli imprenditori sta tutta nella semplicità di Alessandro Moroni, titolare dell’Autotecnica situata sulla strada che porta al casello dell’A1 e socio dell’Unione artigiani: «Come tutte le persone cerchiamo di resistere il più possibile - afferma -, si sta cercando di mantenere tutti i dipendenti. L’anno scorso siamo persino riusciti ad assumere una persona. Facciamo i conti mese per mese». Nonostante tutto, però, l’ottimismo non manca. Ma non potrebbe essere diversamente, come dicono i diretti interessati «se uno non crede più nella sua azienda, allora è finita».

Le società chiedono aiuto in paradiso Nel Lodigiano è San Rocco il preferito.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Alberto Belloni, 4 novembre 2009.

Patroni di ogni categoria del genere umano, ne proteggono anche le attività. Sono i santi, emblema della devozione religiosa ma anche “titolari”, seppure solo simbolicamente, di oltre 1900 imprese attive in Lombardia. La curiosa inchiesta, aggiornata all’ottobre scorso, è stata condotta dalla Camera di commercio di Milano, che esplorando le iscrizioni ai registri delle sue omologhe sparse per la regione ha tracciato una classifica dei santi più diffusi nelle aziende lombarde. Un censimento che, eletto San Marco quale santo più diffuso tra le imprese della regione, indica in San Rocco il santo maggiormente presente tra le imprese della provincia di Lodi. Protettore tra gli altri dei malati infettivi, degli invalidi e dei pellegrini, San Rocco dà il nome a 11 delle 43 imprese “pie” del Lodigiano, dividendosi tra farmacie, cooperative edilizie, bar, negozi di antiquariato e società di servizi. Molto amato tra gli imprenditori lodigiani è anche San Giuseppe, presente in 7 aziende con buona rappresentanza tra gli agricoltori (come San Giovanni, terzo santo più diffuso con 5 imprese), mentre rispetto ai tre santi più celebrati dall’imprenditoria lombarda San Martino (4 imprese) si segnala in voga tra i ristoratori, mentre San Marco, Santa Maria, San Lorenzo e il patrono di Inghilterra, San Giorgio, sono stati ciascuno eletti sulle rispettive insegne da tre imprenditori. Nella “top ten” dei santi più diffusi tra le imprese lombarde ci sono anche San Carlo e San Francesco, patrono d’Italia, presenti anche nel Lodigiano con due aziende. L’imprenditoria meno “devota”? Quella di Sondrio, con sole 18 imprese ”sante”. All’altro capo della graduatoria, Milano fa valere il suo scontato peso imprenditoriale complessivo collocandosi al primo posto con 736 aziende: un primato al quale, in omaggio alle tradizioni puramente meneghine, contribuisce anche la diffusione di santi particolarmente cari ai milanesi quali San Siro e Sant’Ambrogio.
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Con Cavalli contro le mafie

Cavalli sprona la Carovana antimafie: «Servirà solo se saprà far riflettere».
Rassegna stampa - Il Cittadino, Alberto Belloni, 4 novembre 2009.



«Servirà se farà riflettere, e non solo costume». È questo l’auspicio dell’autore-attore Giulio Cavalli per la Carovana Antimafie 2009, la kermesse di sensibilizzazione sul fenomeno del grande crimine organizzato in programma a Lodi il 10 e l’11 novembre. Cavalli, che denunciando nei suoi spettacoli i malaffari delle cosche è finito nel mirino delle stesse, sarà tra i protagonisti della manifestazione, che oltre al comune di Lodi avrà la collaborazione di Libera, Circolo Arci Lodi, Arci Lodi Vecchio, Adelante, Coop Lodi, Uisp, Agesci Scout, il carcere di Lodi, il Liceo Scientifico Gandini e l’Itis Volta. Il fitto programma, al via alle 9 di martedì fino alle 13 di mercoledì, verrà presentato nei prossimi giorni, e godrà di un assortito gruppo di relatori tra i quali i giornalisti Paolo Colonnello (La Stampa) e Alessandro De Lisi (consulente della commissione nazionale antimafia), il funzionario di polizia come Mattia La Rana, don Davide Scalmanini della Caritas e la direttrice del carcere Stefania Mussio e alcuni uomini di spettacolo. Giulio Cavalli, dal canto suo, sarà protagonista martedì, all’Itis di mattina e al Verri alla sera, quando assieme al regista Roberto Figazzolo e a Paolo Colonnello parlerà del legame che da tempo collega le tradizionali mafie meridionali al Nord Italia. Lodigiano compreso: «La mia presenza sarà un’ottima occasione: abbiamo 6 mesi di zone d’ombra e di collusione, nei quali la nostra magistratura, che lavora splendidamente, si conferma isolata - premette l’autore riferendosi all’inchiesta rifiuti sulla siciliana Italia 90 e all’episodio di racket gelese ai danni del ristoratore Spagnuolo -. Leggere che il racket non esiste o che quello di Spagnuolo è un caso isolato è un’analisi che porterà ottusità al territorio e immunità alla malavita. A Lodi le cose vengono raccontate, ma non ancora recepite: e le nostre forze dell’ordine, che sono brave e preparate ad affrontare qualsiasi emergenza, sono poco appoggiate. La verità è che in Lombardia siamo simili alle peggiori regioni del sud, ma che fingiamo di non accorgercene. Non sono convinto che tutte le amministrazioni vadano oltre a un allinearsi antimafia di facciata: ma è la società civile che deve farsi carico di queste battaglie». Margherita De Vizzi di Adelante scommette sul valore dell’iniziativa: «La presenza di Giulio è significativa, e spero che la carovana faccia anche da megafono delle sue denunce. In una realtà come Lodi non è facile portare avanti un discorso su un fenomeno che è visto un po’ a distanza. Ma la carovana è un momento importante, con un programma che vuole coinvolgere il più possibile la cittadinanza a partire dalle scuole, dove c’è il terreno più fertile per diffondere la cultura della legalità. Un appuntamento molto importante sarà quello in con Pierpaolo Romano, (coordinatore di Avviso Pubblico, ndr): punteremo a un radicamento nel territorio attraverso i sindaci e i rappresentanti delle istituzioni».
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La Provincia costretta a tirare la cinghia

A pesare sono soprattutto gli scarsi incassi per le Rc Auto che in periodo di crisi toccano il picco del 21 per cento in meno. Una batosta sulle casse della provincia.
Ridotte le entrate tributarie, buco di un milione di euro in bilancio.

Rassegna stampa - Il Cittadino, Greta Boni, 4 novembre 2009.

Calano le entrate tributarie, un milione di euro in meno a bilancio. Una batosta da un milione di euro. È questa la cifra da capogiro che non arriverà più nelle casse della Provincia di Lodi: l’incasso delle entrate tributarie del 2009, infatti, ammonta a 6 milioni e 125mila euro, contro i 7 milioni e 226mila euro del 2008. Una differenza che si aggira intorno al meno 15 per cento, causata soprattutto dalla drastica riduzione dalla Rc Auto, l’introito dell’imposta è sceso del 21 per cento, passando dai 3 milioni dell’anno scorso ai 2 milioni e 200mila euro di quest’anno, il risultato peggiore di tutta la Lombardia. Il dato, però, non stupisce gli esperti e gli addetti ai lavori, il settore automobilistico è uno dei comparti che ha sofferto maggiormente la crisi economica. L’Imposta provinciale di trascrizione, invece, ha visto perdere nel giro di un anno l’8,56 per cento dei proventi, il Tributo per l’esercizio delle funzioni ambientali l’11,95 per cento, mentre l’Addizionale energia elettrica ha visto svanire l’11,69 per cento dei guadagni.
«Le province rischiano di essere strangolate da una situazione finanziaria estremamente precaria - sostiene l’Unione delle province lombarde, che si è riunita questa settimana a Palazzo Isimbardi per affrontare la questione -. Le competenze degli enti lombardi sono tante e importanti e sono destinate ad essere definite, e quindi legittimate, in modo sempre più preciso e dettagliato grazie alla riforma degli enti locali voluta dal ministro Roberto Calderoli. In capo alle province, ad esempio, sono la progettazione e la gestione delle strade, la costruzione e la manutenzione degli edifici scolastici, la gestione delle politiche per il lavoro e per l’impiego, la tutela dell’ambiente. Grandi responsabilità che confermano il ruolo fondamentale ricoperto da questi enti ma che spesso vengono trasferite alle province senza gli adeguati finanziamenti per poterle onorare». In capo agli enti pubblici, infatti, ci sono 600 edifici scolastici e più di 800 chilometri di strade.
Il problema delle risorse rende ancora più difficile il raggiungimento degli obiettivi imposto dal patto di stabilità, un documento che gli amministratori chiedono di «riconsiderare per gli enti virtuosi, perché non solo li penalizza ma li obbliga a posticipare i pagamenti danneggiando così anche le imprese». «Stiamo tenendo sotto controllo la situazione - afferma l’assessore al bilancio di palazzo San Cristoforo Cristiano Devecchi -, soprattutto in vista del bilancio di previsione 2010. È stata fatta una prima analisi, i funzionari consigliano caldamente di tenere ferme le entrate. Per quanto riguarda le imposte, Ipt e soprattutto Rc Auto costituiscono il almeno 60 per cento delle nostre entrate, ma è noto che il settore stia attraversando grandi difficoltà».
Insomma, le province lombarde puntano i piedi: «Quel che si poteva tagliare è stato tagliato - fa sapere l’Upl -, non esistono stratagemmi per far quadrare i conti».
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A.A. Militaria Collectors

Alla Maiocca in vendita un centinaio di oggetti militari, tutti originali. Alla cascina "Ca’ dell’Acqua" il bazar per gli esperti di guerra.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Luisa Luccini, 4 novembre 2009.

Ad accoglierti, in cima alle scale, è un manichino vestito di tutto punto con abbigliamento originale inglese della seconda Guerra mondiale: camicia, giubbotto, cinturone, attrezzatura porta munizioni. Ma la sorpresa arriva appena si varca la soglia ed ha il sapore di un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo.Perché altro non si può dire quando si poggia lo sguardo su un elmetto austriaco risalente alla Grande Guerra del 1915-1918 o su una maschera anti-gas tedesca del secondo conflitto mondiale. Tutti originali. Come anche originale è l’elmo americano presumibilmente indossato da un militare in Vietnam: la stoffa è verde e marrone per mimetizzarsi nella foresta vietnamita, la frase scritta a mano «Born to Kill» è a fianco del simbolo della pace. Basta poi girare su se stessi e l’attenzione la cattura un elmetto italiano risalente niente meno che alla storica battaglia di El Alamein nel 1942. Benvenuti a “A.A. Militaria Collectors”, vero e proprio regno per collezionisti di oggettistica ed abbigliamento militare. Riduttivo definire “negozio” questa attività aperta nella cascina «Ca dell’Acqua» che si trova sulla provinciale per Castiglione d’Adda. La sua particolarità già la si capisce nel cortile antistante la cascina, quando la propria macchina la si posteggia a fianco di tre veicoli cingolati risalenti alla seconda Guerra Mondiale. E subito capisci: qui quel che si mette in mostra (e si vende) è una passione. Quella di Andrè Maupas, per la precisione, titolare assieme alla codognese Katia Soffientini di “A.A. Militaria Collectors”. Francese d’origine ma in Italia ormai da anni, Andrè Maupas fin da piccolo ha avuto la passione per cimeli, oggettistica, attrezzature militari. «Quarant’anni fa, in Francia, bastava andare in campagna per trovare nei campi e tra i cespugli oggetti di guerra - ricorda Maupas - La mia passione è nata così, quando neppure avevo dieci anni e già mi divertivo a raccogliere questi oggetti carichi di storia». Da adulto, ecco poi le ricerche tra rigattieri, fiere specializzate, mercati di settore. Il risultato? Una collezione di centinaia di oggetti militari: telemetri, binocoli, elmetti, ottiche, gavette, giberne, divise, radio, munizioni, maschere anti-gas, piccozze, racchette da neve. Tutti rigorosamente originali: usati da soldati di diverse nazionalità nelle guerre del secolo scorso, intrisi di esistenze passate al fronte. «Abbiamo anche qualche riproduzione - precisano Andrè Maupas e Katia Soffientini - che ridà però forma ad oggettistica miliare ormai introvabile. Di certo, la maggior parte di quel che vendiamo è un pezzo originale, per un business che guarda soprattutto al mercato dei collezionisti e degli appassionati del settore». I prezzi? Dipende: vanno da qualche decina di euro per le riproduzioni di capi di abbigliamento a qualche migliaio di euro per pezzi d’ottica originale. Fermo restando un fatto: che i cimeli più preziosi in vendita non ci andranno mai.


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Lodigiano affamato d'energia

Solo Milano e Brescia hanno consumato di più: la ricerca di Terna che costruirà un nuovo elettrodotto. I lodigiani hanno fame di energia. Nel 2008 balzo del 3,7 per cento in più rispetto al 2007.
Rassegna stampa - Il Cittadino, Greta Boni, 4 novembre 2009.

Su tutto il territorio cresce la “fame” di energia. Nel corso del 2008, le famiglie lodigiane ne hanno utilizzato il 3,7 per cento in più rispetto all’anno precedente, solo a Milano (5,3 per cento) e Brescia (6,3 per cento) la crescita percentuale è stata maggiore. Un risultato che ha posizionato i lodigiani al dodicesimo posto della classifica nazionale, in termini assoluti le famiglie hanno consumato 237,9 gigawattorari.
In provincia l’utilizzo di energia elettrica è salito dell’1,6 per cento, raggiungendo quota 1.104,3 gigawattorari, il Lodigiano si è così piazzato al decimo posto in Lombardia e all’81esimo in Italia. I dati sono stati elaborati da Terna, la società che si occupa della trasmissione e del dispacciamento, ma anche delle statistiche sull’energia elettrica a livello nazionale. A trainare i consumi è stato soprattutto il settore terziario, le imprese di servizi hanno utilizzato 327,2 gigawattorari, il 7 per cento in più del 2007; i servizi assorbono quasi il 30 per cento dell’energia complessivamente utilizzata sul territorio.
Anche per il comparto agricolo i numeri sono in salita, il consumo di energia ha registrato il +1,7 per cento, per un totale di 48, 6 gigawattorari. I tabulati, però, rilevano una contrazione nel settore industriale, dove dai 503,9 gigawattorari utilizzati nel 2007 si è passati ai 490,6 gigawattorari del 2008. In Lombardia l’utilizzo di energia elettrica ha raggiunto i 67.070 GigaWattorari, con una crescita dello 0,26 per cento sull’anno precedente, il terzo miglior risultato dopo la Sardegna (+1,18 per cento) e Puglia (+0,68 per cento). Terna è attualmente impegnata nella realizzazione di opere di ammodernamento degli elettrodotti. L’attività sul territorio è ormai basata sulla concertazione con Regione ed enti locali, ma anche sulla Vas, la Valutazione ambientale strategica che la società ha applicato per prima in Italia. Finora sono stati firmati accordi con quasi tutte le regioni italiane, compresa la Lombardia. Nella provincia di Lodi, è prevista la costruzione di un nuovo elettrodotto a 380 kilowatt tra la le stazioni di La Casella e Caorso per ridurre il rischio di congestioni sulla rete, che attualmente rendono particolarmente critico l’esercizio in sicurezza dei collegamenti ad altissima tensione “La Casella-San Rocco” e “Caorso-San Rocco”. «Questo intervento - fanno sapere dalla società - consentirà di evitare le limitazioni alla generazione delle centrali collegate alla rete ad altissima tensione dell’area Nord del Paese e renderà disponibile energia elettrica a basso costo per l’alimentazione delle utenze».
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853 Narrativa italiana

- Svevo Italo, La coscienza di Zeno.

- Svevo Italo, Una vita.

891 Indeuropee orientali e celtiche

- Lev Nikolaevic Tolstoj, Confessione.
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Oggi i funerali di Alda Merini

Merini. Domani [oggi, ndr] a Milano funerali di Stato.
Rassegna stampa - Avvenire, 3 novembre 2009.

Si è spenta domenica alle 17,30 nel reparto di oncologia dell’ospedale San Paolo di Milano la poetessa Alda Merini; aveva 78 anni ed era considerata una delle maggiori voci liriche del Novecento italiano, tanto da essere stata proposta anche per il Nobel. La sua generosa produzione ( la sua prima raccolta è del 1953) si era sempre distinta per gli accenti di umanità calda e la religiosità passionale, spesso intrecciati. La camera ardente è allestita oggi [ieri, ndr] dalle 9.30 alle 20.30 nella Sala Alessi a Palazzo Marino. I funerali di Stato saranno celebrati in Duomo domani [oggi, ndr] alle 14. Quindi la salma sarà tumulata al Famedio del Cimitero Monumentale.

«È morta con padre Pio». Il ricordo.
Quasi con una premonizione, aveva «prenotato» proprio per il 1° novembre la presenza di un cappuccino mai visto prima. E il frate le ha messo in mano la reliquia del confratello santo.
Rassegna stampa - Avvenire, Lucia Bellaspiga, 3 novembre 2009.

Se n’è andata da vera artista, con un colpo di scena. Convocando al suo capezzale – come quando chiamava gli amici nella sua casa sui Navigli e li riceveva a letto – l’ultima per­sona che ha voluto conoscere in vita, un frate cappuccino. Lo ha scelto oculatamente e ocu­latamente lo ha convocato. «Non ci eravamo mai incontrati – racconta adesso padre Gian­luigi Pasquale, frate a Venezia, docente di Teo­logia fondamentale alla Lateranense di Roma –, ma in agosto lei chiese di conoscermi, dopo aver letto i miei volumi su Padre Pio: aveva scrit­to un libro di poesie sul santo e voleva la mia prefazione. Io ero molto impegnato e dovetti ri­mandare l’invito, ma Alda Merini mi rispose si- cura: 'Lei verrà certamente da me'. Poi più nul­la fino al 28 ottobre...». È quel giorno, infatti, che padre Pasquale rice­ve una chiamata da Giuliano Grittini, fotografo personale e amico della poetessa: «La Merini la vuole assolutamente vedere il primo novembre, giorno di Ognissanti». Un appuntamento pre­ciso, di fronte al quale il frate, spesso in viaggio tra Italia ed estero e poco incline a improvvisa­zioni, 'sente' di non potersi sottrarre: «Ho im­mediatamente fatto il biglietto elettronico del treno. Non mi riconoscevo neppure io». Quando arriva a Milano sono le 10 del mattino del primo novembre, l’ultimo giorno che Alda Merini trascorrerà su questa terra, ma lui non lo sa. In realtà non sa nemmeno che la poetes­sa sta male ed è ricoverata. «Credevo di anda­re a casa sua, invece Grillini mi porta all’ospe­dale San Paolo», racconta ancora profonda­mente commosso. Entrato nella camera della Merini, che appare serena, è colpito subito dal gran numero di oggetti religiosi che la circon­dano, dalle bruciature di sigaretta un po’ o­vunque, e dalla richiesta che la Merini fa all’in­fermiera: vuole lo smalto rosso sulle unghie. «Dentro di me ho sorriso e mi sono detto che quella grande donna era una vera esteta, anche nella malattia». Il frate si presenta e la Merini, sotto la maschera dell’ossigeno, ripete due vol­te «Ah sì, Padre Pio, Padre Pio», poi fa cenno di restare sola con lui e riceve i sacramenti. Quello che la poetessa e il padre francescano si sono detti resterà per sempre tra loro. «Dopo abbiamo recitato insieme l’Ave Maria e le ho fatto un segno di croce sulla fronte con il dito. Infine le ho dato un buffetto sulla guancia: so­lo allora ha fatto un grande sorriso, limpido, da fanciulla. Infine mi ha indicato il comodino, dove c’era la reliquia di Padre Pio che conser­vava fin dall’infanzia, gliel’ho messa sul palmo e lei ha chiuso dolcemente la mano... Pensavo che sarebbe vissuta ancora parecchio». È in treno sulla via per Venezia quando, alle 17, gli telefonano la notizia, Alda Merini è morta. «È allo­ra che ho capito – spiega turbato e contento –, col pretesto della prefazione al libro mi aveva ingiun­to di essere lì il primo novembre e non oltre. Sape­va quello che tutti noi ignoravamo. L’eredità che mi porterò sempre dentro sono quegli occhi verdi con cui mi ha parlato molto più che con le parole».

Poetessa d’amore e di Dio.
Rassegna stampa - Avvenire, Bianca Garavelli, 3 novembre 2009.

I ricordi più lontani tornano più il numero degli anni aumenta. Così anche per Alda Merini, na­ta il primo giorno di primavera e morta il giorno di tutti i Santi: in Uo­mini miei (Frassinelli, 2005) aveva riunito racconti della sua infanzia, e degli amati familiari. Diceva di esse­re stata «una bambina cattivissima» e che la nonna in punto di morte av­vertì di stare attenti alla «piccolina», perché era «completamente matta». In realtà libera e impulsiva, in fuga dalle regole sociali. Alda Merini era nata nello stesso an­no di uno dei libri meno tradiziona­li della poesia italiana: il 1931, data di uscita de L’Allegria di Giuseppe Ungaretti. Anche il suo destino poe­tico sarebbe stato quello di un’asso­luta libertà formale, di un percorso originale e precoce, fin dal secondo dopoguerra, quando iniziò a scrive­re poco più che adolescente. Un de­stino di poesia «da lei mai tradito», scrive Maria Corti nella prefazione a Fiore di Poesia (Einaudi 1998), ma anche il destino di una donna che rinasce dalle proprie ceneri. La poe­sia di Alda Merini rinasce nel 1984, grazie alla mediazione della stessa Corti e di Paolo Mauri, col volume La Terra Santa (Scheiwiller). Un ca­polavoro che ha aperto la strada a molti altri libri, fino a fare di lei la vo­ce poetica più popolare dell’ultimo Novecento, insignita di riconosci­menti prestigiosi, come i premi Li­brex Montale e Viareggio, e candi­data al Nobel. Ma già trent’anni pri­ma aveva riscosso le lodi di critici e scrittori, tra cui Giacinto Spagnolet­ti, primo in assoluto a scoprirla, Gior­gio Manganelli e Carlo Betocchi. Ra­gione di un silenzio così lungo è la tragica parentesi del manicomio, in cui fu internata nel 1965 per uscirne definitivamente solo nel 1972 con al­terni ricoveri e dimissioni. Quasi die­ci anni di sospensione dalla vita che spezzano a metà la biografia della poetessa. Merini parla del manico­mio come delle «mura di Gerico», con la nuova forza che le conferisce la poesia rinata, proprio ne La Terra Santa : la scrittura poetica era diven­tata per lei una via di salvezza. Grazie a un’esperienza così dram­matica e feconda, è come se esistes­sero due Alda Merini: la giovanissi­ma, che scrive a 16 anni ( La presen­za di Orfeo , 1953) poesie fluide e complesse, cariche di intuizioni co­smiche sul rapporto tra la vita uma­na e quella dei sistemi fisici e stella­ri. E la matura, musa della Milano dei Navigli, dell’amore per uomini famosi e per barboni, autrice di poe­sie in cui la vita appare più spoglia, come i versi più spogli di metafore. Entrambe hanno una forza poetica unica: la capacità di leggere il mon­do come un negativo fotografico pronto per la stampa, ma ancora un evento mentale, esplosivo, difficile da condividere. La traccia lasciata dal manicomio è quella della vita che travolge, nella sua provvisorietà e ap­parente casualità. Ma l’esperienza della follia era prefigurata dalla poe­sia precedente, in cui sono più im­portanti gli eventi affettivi di quelli storici, della guerra che pure ha sconvolto la sua famiglia e la città a­mata, Milano, in cui era nata «insie­me alla primavera». È una poesia di sentimenti concreti, tangibili, da pronunciare con nomi precisi, nei primi e negli ultimi testi. Come in Nozze romane del 1955 (Schwarz), dove ansie per la vita coniugale con il primo marito Ettore Carniti si al­ternano a immagini religiose, in cui l’autrice si identifica con la Madda­lena e dedica testi a Cristo portacro­ce e a Giovanni Evangelista. E in Tu sei Pietro del 1961 (Scheiwil­­ler), l’ultimo li­bro prima del­l’internamento, dove l’amore non corrisposto per il medico Pietro De Pa­schale si carica di toni mistici, diviene presen­timento del do­lore attraverso il «cuore trafitto dal­l’amore ». Ma non c’è solo l’amore terreno: in Paura di Dio del 1955 (Scheiwiller), un’angoscia profonda si mescola all’attrazione, vertigino­sa e terribile, per Dio. Che è Padre, ma di un amore che sembra troppo grande alla donna che teme la sua «ascesa simile all’abisso». Un ugua­le istinto d’amore la spinge a scrive­re versi per Michele Pierri, il poeta di Taranto che sposò nel 1983, e per Titano, barbone in cui vede un eroi­co cavaliere in miseria ( Titano amo­ri intorno , La Vita Felice 1994). Negli ultimi anni, in cui aveva rac­colto la sfida del genere noir con La nera novella (Rizzoli 2007), era tor­nata a un’ispirazione cosmica e reli­giosa, la cui urgenza è attestata da li­bri come l’intenso Superba è la not­te (Einaudi 2000), dove l’amore co­me un presentimento della fine si in­treccia con le «tenebre sicure» della morte che pulisce da ogni male, Mi­stica d’amore (2008), che riunisce ben cinque precedenti opere di ispirazione religiosa, e Padre mio (2009, entrambi Frassinelli), in cui torna la figura del Padre divino, an­che incarnata nei grandi padri uma­ni della letteratura e della vita, tra cui David Maria Turoldo, «che diradava le tenebre». E da un libro che uscirà da Einaudi alla fine del 2009: Il car­nevale della croce. Poesie religiose. Poesie d’amore, di nuovo con dop­pia anima, amorosa e religiosa. Un libro che purtroppo lei non vedrà.
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