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mercoledì 2 settembre 2009

Killeraggio da disperazione

Ieri il premier ha attaccato il direttore e l'editore del quotidiano La Repubblica: "Avrei risposto se quei quesiti me li avesse presentati un qualsiasi altro giornale".
Berlusconi: "Repubblica un super-partito perciò non ho risposto alle 10 domande".
Rassegna stampa - Articoli tratti da Repubblica.it.

Roma - Dopo lo scontro con l'Unione europea l'attacco frontale a Repubblica, al suo direttore e al suo editore. Silvio Berlusconi da Danzica non dimentica le sue difficoltà in patria e tenta l'affondo contro il giornale di diretto da Ezio Mauro, e alle dieci domande alle quali il premier non risponde da settimane. "A questa gente non rispondo", dice il presidente del Consiglio al termine di una lunga passeggiata fra le gioiellerie della cittadina polacca. "Se queste domande - aggiunge - me le avesse poste (magari in modo diverso perché così sono insolenti, offensive e diffamanti) un giornale che non fosse un super partito politico di un editore svizzero con un direttore dichiaratamente evasore fiscale, avrei risposto". Anche perché, sottolinea, "non avrei nessuna difficoltà a farlo".
Tranne a quella sulla salute, precisa sorridendo, ma solo perché chiaro che "non sono malato, anzi sono Superman". Il 'la' per parlare delle vicende private lo fornisce lui stesso riferendo di una conversazione avuta a margine delle cerimonie con il premier polacco Donald Tusk. "Siccome alcuni giornali italiani mi hanno fatto una pubblicità molto positiva - ironizza - allora trovo che sia assolutamente normale dire quale è la realtà ai miei colleghi". Berlusconi ripete, nonostante le tante testimonianze che dicono il contrario, la sua versione dei fatti: "Non ho mai frequentato minorenni, tantomeno la signorina Letizia; non ho mai dovuto dare soldi a una meretrice; ed infine non ho mai partecipato nè tantomeno organizzato festini". Solo delle "menti malate", sottolinea, possono immaginare cose del genere".
Purtroppo però, prosegue, certa stampa italiana con la complicità di "giornali amici" all'estero "mi costringe a mettere dei punti sulle 'i'". Non che i leader stranieri mi chiedano di queste cose, precisa sorridendo, "ma ogni tanto magari fanno dei complimenti circa la mia vivacità, sul mio fascino...".
E se l'attacco a Repubblica è diretto e violento qualcosa da ridire il Cavaliere ce l'ha anche sul Corriere della Sera, ma quello del 1939. Berlusconi ricorda come il Corsera applaudì "alla reazione della Germania nazista all'espulsione di una minoranza di tedeschi dalla Polonia. Fu la scusa con cui Hitler invase il Paese e il giornale di via Solferino, dice Berlusconi, titolò "fantastica operazione umanitaria". "Bravi", aggiunge ironico. Del caso Avvenire che lo ha visto finire nel mirino delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo cattolico nel suo complesso dice di non voler parlare : "Non ho mai detto una cosa negativa o dato un giudizio bacchettone", spiega.

Oggi il commento di Ezio Mauro, direttore di Repubblica.
La strategia della menzogna.

Poiché la sua struttura privata di disinformazione è momentaneamente impegnata ad uccidere mediaticamente il direttore di "Avvenire", colpevole di avergli rivolto qualche critica in pubblico (lanciando così un doppio avvertimento alla Chiesa perché si allinei e ai direttori dei giornali perché righino dritto, tenendosi alla larga da certe questioni e dai guai che possono derivarne) il Presidente del Consiglio si è occupato personalmente ieri di "Repubblica": e lo ha fatto durante il vertice europeo di Danzica per ricordare l'inizio della Seconda guerra mondiale, dimostrando che l'ossessione per il nostro giornale e le sue inchieste lo insegue dovunque vada, anche all'estero, e lo sovrasta persino durante gli impegni internazionali di governo, rivelando un'ansia che sta diventando angoscia.
L'opinione pubblica europea (ben più di quella italiana, che vive immersa nella realtà artefatta di una televisione al guinzaglio, dove si nascondono le notizie) conosce l'ultima mossa del Cavaliere, cioè la decisione di portare in tribunale le dieci domande che "Repubblica" gli rivolge da mesi. Presentata come attacco, e attacco finale, questa mossa è in realtà un tentativo disperato di difesa.
Non potendo rispondere a queste domande, se non con menzogne patenti, il Capo del governo chiede ai giudici di cancellarle, fermando il lavoro d'inchiesta che le ha prodotte. È il primo caso al mondo di un leader che ha paura delle domande, al punto da denunciarle in tribunale.
Poiché l'eco internazionale di questo attacco alla funzione della stampa in democrazia lo ha frastornato, aggiungendo ad una battaglia di verità contro le menzogne del potere una battaglia di libertà, per il diritto dei giornali ad indagare e il diritto dei cittadini a conoscere, ieri il Premier ha provato a cambiare gioco. Lui sarebbe pronto a rispondere anche subito se le domande non fossero "insolenti, offensive e diffamanti" e fossero poste in altro modo e soprattutto da un altro giornale. Perché "Repubblica" è "un super partito politico di un editore svizzero e con un direttore dichiaratamente evasore fiscale".
Anche se bisognerebbe avere rispetto per la disperazione del Primo Ministro, l'insolenza, la falsità e la faccia tosta di quest'uomo meritano una risposta.
Partiamo da Carlo De Benedetti, l'editore di "Repubblica": ha la cittadinanza svizzera, chiesta come ha spiegato per riconoscenza ad un Paese che ha ospitato lui e la sua famiglia durante le leggi razziali, ma non ha mai dismesso la cittadinanza italiana, cioè ha entrambi i passaporti, come gli consentono la legge e le convenzioni tra gli Stati. Soprattutto ha sempre mantenuto la residenza fiscale in Italia, dove paga le tasse. A questo punto e in questo quadro, cosa vuol dire "editore svizzero"? È un'allusione oscura? C'è qualcosa che non va? Si è meno editori se oltre a quello italiano si ha anche un passaporto svizzero? O è addirittura un insulto? Il Capo del governo può spiegare meglio, agli italiani, agli elvetici e già che ci siamo anche ai cittadini di Danzica che lo hanno ascoltato ieri?
E veniamo a me. Ho già spiegato pubblicamente, e i giornali lo hanno riportato, che non ho evaso in alcun modo le tasse nell'acquisto della mia casa che i giornali della destra tengono nel mirino: non solo non c'è stata evasione fiscale, ma ho pagato più di quanto la legge mi avrebbe permesso di pagare. Ho versato infatti all'erario tasse in più su 524 milioni di vecchie lire, e questo perché non mi sono avvalso di una norma (l'articolo 52 del D. P. R. 26 aprile 1986 numero 131, sull'imposta di registro) che, ai termini di legge, mi consentiva nel 2000 di realizzare un forte risparmio fiscale.
Capisco che il Premier non conosca le leggi, salvo quelle deformate a sua difesa o a suo privato e personale beneficio. Ma dovrebbe stare più attento nel pretendere che tutti siano come lui: un Capo del governo che ha praticato pubblicamente l'elogio dell'evasione fiscale, e poi si è premurato di darne plasticamente l'esempio più autorevole, con i quasi mille miliardi di lire in fondi neri transitati sul "Group B very discreet della Fininvest", sottratti naturalmente al fisco con danno per chi paga le tasse regolarmente, con i 21 miliardi a Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì, con i 91 miliardi trasformati in Cct e destinati a non si sa chi, con le risorse utilizzate poi da Cesare Previti per corrompere i giudici di Roma e conquistare fraudolentemente il controllo della Mondadori. Si potrebbe andare avanti, ma da questi primi esempi il quadro emerge chiaro.
Il Presidente del Consiglio ha detto dunque ancora una volta il falso, e come al solito ha infilato altre bugie annunciando che chi lo attacca perde copie (si rassicuri, "Repubblica" guadagna lettori) e ricostruendo a suo comodo l'estate delle minorenni e delle escort, negando infine di essere malato, come ha rivelato a maggio la moglie. Siamo felici per lui se si sente in forze ("Superman mi fa ridere"). Ma vorremmo chiedergli in conclusione, almeno per oggi: se è così forte, così sicuro, così robusto politicamente, perché non provare a dire almeno per una volta la verità agli italiani, da uno qualunque dei sei canali televisivi che controlla, se possibile con qualche vera domanda e qualche vero giornalista davanti? Perché far colpire con allusioni sessuali a nove colonne privati cittadini inermi come il direttore di "Avvenire", soltanto perché lo ha criticato? Perché lasciare il dubbio che siano pezzi oscuri di apparati di sicurezza che hanno fabbricato quella velina spacciata falsamente dai suoi giornali per documento paragiudiziario?
Se Dino Boffo salverà la pelle, dopo questo killeraggio, ciò accadrà perché la Chiesa si è sentita offesa dall'attacco contro di lui, e si è mossa da potenza a potenza. Ma la prossima preda, la prossima vittima (un magistrato che indaga, una testimone che parla, un giornalista che scrive, e fa domande) non avendo uno Stato straniero alle spalle, da chi sarà difeso? L'uomo politico passato alla storia come il più feroce nemico della stampa, Richard Nixon, non ha usato per difendersi un decimo dei mezzi che Berlusconi impiega contro i giornali considerati "nemici". Se vogliamo cercare un paragone, dobbiamo piuttosto ricorrere a Vladimir Putin, di cui non a caso il Premier è il più grande amico.
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