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martedì 8 settembre 2009

Libertà di stampa? No grazie anche alla Festa del Pd

Un viaggio tra i pericoli di intimidazione e i compromessi che vivono quotidianamente i giornalisti in questi anni difficili.
Libera informazione, dibattito per pochi.
Meno di venti gli spettatori intervenuti alla Festa democratica.

Rassegna stampa - Il Cittadino di oggi, Rossella Mungello.

Due cerchi concentrici che stritolano l’informazione: la notizia che va data in un certo modo o l’intimidazione indiretta, gettare fango su un professionista perché quello che dica non abbia credibilità alcuna. È un grido d’allarme quello che si alza dal Capanno, domenica sera alla Festa del Partito democratico per il dibattito conclusivo sulla libertà di stampa. Per il mondo politico, c’erano Alessandro Manfredi, responsabile organizzativo del Pd e Gianpaolo Colizzi, presidente del consiglio comunale di Lodi; in platea, meno di venti persone. E allora l’indignazione di Lirio Abbate, giornalista per l’agenzia giornalistica Ansa, «per un paese in cui la libertà d’informazione non esiste», si confronta obbligatoriamente anche a Lodi con una delle sue conclusioni e cioè che «ma noi, nel senso di italiani, la vogliamo davvero una libera informazione nel nostro paese» se a discutere di questi temi ci sono sempre e solo gli addetti ai lavori? Tantissimi i temi toccati, dagli editori impuri (che hanno interessi in più settori economici, tali da condizionare il flusso di informazioni), alle notizie volutamente ignorate («quanti sanno del rinvio a giudizio del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta per associazione a delinquere, truffa e turbativa d’asta? E quanti hanno avuto modo di leggere nel dettaglio degli affari dell’onorevole Schifani con noti mafiosi?» ha detto ancora Abbate), fino al recente attacco al Tg3, testimoniato da Francesco D’Ayala, «sì, quello che ha fatto scoppiare lo scandalo della piscina a forma di cozza dell’onorevole Mastella e che ne ha pagato le conseguenze». Il giornalista della testata Rai ha parlato di «un silenzio ininterrotto davanti a quell’attacco» e ha spiegato nel dettaglio cosa sta succedendo ai programmi di approfondimento giornalistico in Rai. «Una volta erano prodotti dalle testate, oggi vengono appaltati a singoli professionisti - ha argomentato D’Ayala -; è più facile isolarli, rescindere i contratti o anche non assumersi la responsabilità penale in caso di querela, come è stato deciso di fare con tutti i giornalisti di «Report» e con la stessa Gabanelli». Quasi trasformando un servizio pubblico, nell’opera di un singolo coraggioso che è in grado di sostenere anche economicamente il peso della verità, «perché se qualcuno dice che stiamo andando verso la dittatura, io toglierei il “verso”» . E proprio i legami economici tra testate e professionista sono spesso alla base dei ricatti e delle pressioni, come vissuto di recente dal «Corriere della Sera», di cui ha parlato Paola D’Amico, membro del comitato di redazione (Cdr), una sorta di sindacato interno alla testate. «Stiamo combattendo un battaglia storica, in cui ci sono interessi contrapposti, falchi e colombe - ha spiegato Paola D’Amico, da quattro anni al «Corriere» - la nostra missione ora è presidiare il giornale, preservare gli equilibri, controllare che non ci siano ingerenze in uno stato di crisi». E se l’Italia, per d’Ayala, non rischia l’occupazione militare di un regime è solo perché «gli italiani, forse, sono più interessati alle vicenda della signora Patrizia D’Addario».

Nell’area del Capanno ha esposto le sue perplessità: «I mandanti occulti sono ancora nell’ombra».
«Punti oscuri sull’omicidio di Paolo».
Un duro attacco sferrato dal fratello del giudice Borsellino.

Matteo Brunello.

«Su quanto è accaduto ci sono punti oscuri. Si conosce poco o nulla. E non si è ancora arrivati ad identificare i mandanti occulti». Sferra un attacco molto duro, Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia 17 anni fa. Intervenuto alla Festa democratica, nella serata di venerdì, non esita a parlare di sospetti «depistaggi», presunto coinvolgimento dei servizi segreti e adombra l’ipotesi di una «strage di Stato», per spiegare quanto è successo in via D’Amelio. Moderato dall’assessore comunale, Andrea Ferrari e dal giornalista Peter Gomez, Borsellino parla delle indagini che sono state riavviate e della possibilità che si giunga ad una ricostruzione precisa dell’assassinio dei cinque agenti della scorta e del giudice antimafia. Nel suo racconto davanti a un folto pubblico, che ha riempito lo spazio dibattiti dell’area del Capanno, il fratello del magistrato ha toccato alcuni punti chiave di una vicenda che continua a presentare alcuni nodi irrisolti. In particolare il mistero di quell’agenda rossa, appartenuta a Borsellino, che sarebbe scomparsa e poi più ritrovata. Un brogliaccio dove, come riferisce Salvatore Borsellino, sarebbero stato annotati tutti i movimenti e gli incontri del magistrato. «Mio fratello aveva l’abitudine di segnare con puntualità alla sera cosa faceva durante la giornata e quali erano i suoi impegni. Come si può vedere da un’altra delle sue agende, i programmi erano tutti ben dettagliati», spiega. Quel documento in più avrebbe dunque aiutato a chiarire il quadro delle attività di cui si stava occupando Borsellino, prima di rimanere vittima di quel terribile attentato. Inoltre sono state avanzati sospetti sulla figura di Nicola Mancino, attuale vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. Salvatore Borsellino ha parlato di un misterioso incontro tra Mancino (da lui smentito) e il giudice. Una ricostruzione dei fatti che prende spunto dall’interrogatorio di Gaspare Mutolo nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Ma lo stesso Mancino ha sempre contestato tale versione, sostenendo che si tratta di un’interpretazione parziale e «monca». E poi il tema sollevato è quello della supposta trattativa tra mafia e Stato, che è emersa nel corso delle recenti indagini a Caltanissetta. Ne avevano anche parlato pentiti come Giovanni Brusca, l’assassino di Falcone, poi Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e in più il capo dei capi Totò Riina. «Ho motivo di ritenere che a Paolo sia stata proposta proprio una trattativa con la mafia, da ambienti dello stato, e lui abbia rifiutato recisamente. E a partire da lì, si sia giunti alla decisione di eliminarlo. Una verità che va ancora chiarita», accusa Salvatore Borsellino. Alla serata ha portato il suo contributo anche di Stefano “Cisco” Bellotti, ex voce dei Modena City Ramblers.

Duecentomila gli euro entrati negli 11 giorni della kermesse.
Matteo Brunello.

«Obiettivo centrato»: così il tesoriere del Pd, Gianna Grossi commenta i dati su affluenza e incassi della Festa democratica. Terminata domenica sera nell’area del Capanno, per la tradizionale kermesse (da tutti ancora chiamata Festa dell’Unità) è già tempo di bilanci. E come è stato riferito nella giornata di ieri, il totale degli incassi, su 11 giorni di apertura di stand e spazi di ristoro, ha superato di poco la cifra di 200mila euro (precisamente 203.150 euro). Qualcosa meno rispetto al 2008, con un arretramento di circa 4mila euro, ma l’anno scorso la manifestazione durava un giorno in più. Al totale sono poi da aggiungere gli introiti per le concessioni di spazi degli stand e quelli per la pubblicità: per una somma complessiva (ancora da calcolare al centesimo) che si aggira tra i 10 e i 12mila euro. In più le affluenze, secondo gli organizzatori hanno superato «le 60mila persone». «Direi che è andata bene, il traguardo fissato è stato raggiunto. Bisogna anche tenere conto che rispetto all’anno scorso, avevano in programma un giorno in meno. E in più sono stati accorpati alcuni stand. Quindi per me si tratta di un bilancio ottimo», spiega Gianna Grossi. Tra l’altro, fitto è stato il programma degli appuntamenti anche per l’area dibattiti, con la presentazione delle tre mozione in lizza, in vista del prossimo congresso del Partito democratico. Al Capanno si sono alternati i vari responsabili delle varie opzioni ed esponenti di primo piano del centrosinistra: dal segretario nazionale Dario Franceschini, all’ex ministro Pierluigi Bersani e Giuseppe Civati (coordinatore nazionale della mozione Marino), oltre ai confronti sui temi della crisi e sull’argomento informazione. Ha esercitato una grande attrazione anche lo spazio concerti, con le performance musicali dei vari gruppi. «La valutazione sull’andamento della festa è molto positiva: grande è stata la partecipazione dei giovani e anche la presenza ai dibattiti, peraltro di alto livello, è stata elevata - osserva Alessandro Manfredi, responsabile organizzativo del Pd - e ritengo si tratti dunque di un segnale politico importante: denota che abbiamo superato lo shock post-elettorale, dopo la pesante sconfitta della provincia di Lodi. Ora l’obiettivo è quello di guardare avanti, per prepararci alle nuove sfide, che ci attendono per i prossimi mesi».
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