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venerdì 4 dicembre 2009

Escalation

Il governo italiano manderà altri mille soldati in Afghanistan. Ritiro nel 2013, senza dire quando si comincerà.
Rassegna stampa - Liberazione, Martino Mazzonis, 4 dicembre 2009.



E così l'Italia ha deciso di mandare altri mille uomini in Afghanistan. Lo ha annunciato con solerzia il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ad un solo giorno dal discorso del presidente Obama. L'ipotesi dell'invio fino a 1.550 soldati non è esclusa: «Posso dire che è un'ipotesi, una quota massima alla quale non arriveremo» ha detto il ministro. «L'accordo definitivo sui numeri» arriverà nei prossimi giorni «in un incontro tra il ministro Frattini e Hillary Clinton».
La Russa ha spiegato ancora che, «negli incontri con la Nato ed a livello di ministri si era configurata una richiesta di aumento dei militari italiani in Afghanistan». Una richiesta «a cui abbiamo dato subito disponibilità, non nel numero ma nel merito, per un progetto che vede un approccio più globale, maggiori risorse per la ricostruzione, più obblighi per il governo Karzai nel contrasto alla droga, più addestramento delle forze afgane in modo di poter immaginare un orizzonte temporale non indefinito per la missione Isaf».
Ultima precisazione: non cambiano le regole di ingaggio. Che tutti sanno essere state più o meno infrante in più di un'occasione. Non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di un Paese dove è in corso una guerra: è impossibile attenersi ai caveat dettati da una costituzione pacifista.
La Russa si richiama alle scelte strategiche indicate dal presidente Obama - ed elaborate per la parte militare dalla dottrina della counter-insurgency del generale McChrystal e di Robert Gates. Gli Usa hanno da tempo capito di aver sbagliato molto nel Paese asiatico e stanno provando a uscirne in maniera dignitosa. Con tutte le infinite contraddizioni di una vicenda complicatissima e delicata.
Il paradosso italiano è che di Karzai, del disastro afghano, della missione dei militari inviati da Roma, non si parla, non si discute, quasi nemmeno in Parlamento. C'è un decreto di rifinanziamento della missione ogni sei mesi e per un paio di giorni la notizia torna nelle cronache. L'altra occasione è quella tragica che capita quando qualche connazionale ci lascia la vita. La politica estera del governo Berlusconi è troppo impegnata a cercare affari nelle ex repubbliche sovietiche (quanti ne avete contati di satrapi passati per Roma nelle ultime settimane?). Non c'è tempo per discutere di Afghanistan. Né prima che Obama annunci la sua strategia né dopo. L'unica reazione è quella del militare che scatta sull'attenti. Anche quando a Washington ci sarebbe qualcuno con cui interlocuire. Ma a Palazzo Chigi non interessa, alla Casa Bianca, Berlusconi preferisce il Cremlino.

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