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martedì 10 novembre 2009

Guai a non prendere sul serio il caudillo

Liberarsi di Berlusconi. Salvare la democrazia.
Rassegna stampa - Liberazione, Dino Greco, 10 novembre 2009.

Ricordate la pirotecnica esternazione di Berlusconi sull'inutilità del Parlamento? E ricordate la sua proposta - guai a non prendere sul serio il caudillo - di fare del voto nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama la prerogativa esclusiva dei capigruppo? In quell'occasione non molti diedero credito a quella che dovette apparire come una grossolana boutade . Nell'area della maggioranza non si udì un solo sussulto, foss'anche soltanto di dignità. Con l'eccezione di Fini che, come presidente della Camera, non poteva apporre il proprio marchio a questa intenzione di manifesta impronta eversiva. Poco dopo, toccò ancora alla terza carica dello Stato disporre la chiusura del Parlamento per ben nove giorni, in ragione della mancanza di materia su cui discutere e votare (considerato il carattere ormai ordinario della decretazione d'urgenza), oltre che a causa della impossibilità tecnica di varare provvedimenti privi di copertura finanziaria. Insomma, una vera e propria sospensione del lavoro parlamentare e il ricorso ad una sorta di cassa integrazione per i rappresentanti del popolo, con la variante che la messa in libertà di deputati e senatori non comporta decurtazione alcuna dei loro non proprio modesti emolumenti. Ora la Repubblica ci rivela che, in realtà, fra il 1° maggio e il 31 ottobre di quest'anno i senatori hanno lavorato, al netto delle ferie, per 8,6 ore la settimana, e i deputati per 18. In questo periodo, le leggi approvate sono state 47, 36 delle quali preconfezionate dal Consiglio dei ministri, mentre per ben 25 volte, negli ultimi diciotto mesi, il governo ha posto la fiducia malgrado la straripante maggioranza di cui dispone in entrambi i rami del Parlamento. La qual cosa è la più lampante dimostrazione che neppure la trasformazione della maggioranza in un'accolita di solerti "signorsì" è ritenuta dal presidente del Consiglio una garanzia sufficiente e che il più piccolo scarto, la più elementare ed innocua dialettica politica è considerata un attentato al regime autocratico che egli personalmente incarna. Del resto, non è stato Federico Confalonieri, in una illuminante intervista a La Stampa di qualche giorno fa, ha rivelarci, candidamente, che Berlusconi considera la democrazia, in quanto tale, un impaccio, una perdita di tempo, quando non un vero e proprio ostacolo alla sua «politica del fare»?
Dunque, per tornare all'origine del ragionamento, la riduzione del potere legislativo ad orpello formale e il Parlamento ad una dépendance dell'esecutivo sono perfettamente consustanziali al processo di smantellamento della Costituzione. Che sta conoscendo una formidabile accelerazione, se è vero che la magistratura (vale a dire il potere giudiziario) è divenuta bersaglio del medesimo assalto frontale. Non è stata la Lega - in perfetta consonanza con i desiderata di quell'uomo perbene che fu Vito Ciancimino - a chiedere l'elezione popolare dei pubblici ministeri? Della libertà di stampa, ormai asservita al caudillo o - nella migliore della ipotesi - annichilita dentro un rigido bipolarismo mediatico, s'è ampiamente parlato. La domanda che allora si pone è se un quadro di regole formali caratterizzato dall'opportunità offerta ai cittadini di eleggere in blocco, una volta ogni cinque anni, un monarca dotato di potere assoluto e la sua corte, possa essere considerata una democrazia. Oppure, se la paventata fuoriuscita dall'architettura della Carta, sia ormai un fatto compiuto che attende soltanto una sanzione formale. Berlusconi sta praticando questo obiettivo attraverso progressive rotture, essendosi potuto avvalere, sino ad oggi, di un contrasto dell'opposizione parlamentare talmente tenue e ondivago da risultare inoffensivo.
Se l'elezione di Bersani alla guida del Pd segna un'effettiva discontinuità, la si misurerà proprio su questo punto essenziale: costruire con tutta l'opposizione parlamentare e con la sinistra politica e sociale nelle sue plurali articolazioni, un patto per il ripristino della democrazia costituzionale.
A Roma, il 5 dicembre c'è un primo appuntamento, popolare, di massa, promosso attraverso il «tam tam»della rete e a cui hanno già aderito la Federazione della Sinistra e l'Italia dei Valori. Sarebbe della massima importanza se quanto vi è di vitale e non rassegnato nella società italiana si unisse a questa mobilitazione e costituisse l'abbrivio di una nuova e più promettente fase della politica italiana.
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