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sabato 19 settembre 2009

Provinciali guerrafondai

«A casa duemila soldati ma non dall`Afghanistan»
Mediazione pro Lega. E Bossi frena. Berlusconi: ora transition strategy.
Rassegna stampa - Corriere della Sera, Paola Di Caro, 19 settembre 2009.

Nessun «ritiro unilaterale» dall'Afghanistan, è una cosa «alla quale non abbiamo mai pensato». Piuttosto, serve una «transition strategy», da elaborare in sede internazionale e in special modo sul piano europeo, perché «va aumentata la capacità del governo Karzai di prendere in mano la situazione della sicurezza del Paese e contestualmente consentire alle truppe alleate di diminuire gli organici».
Senza entrare in diretta polemica con Umberto Bossi, che ieri era assente in Consiglio dei ministri e che d'altronde in serata è tornato sui suoi passi spiegando di non essere più «convinto che si debba andare via subito», così ieri Silvio Berlusconi ha spiegato ai suoi colleghi di governo la strategia dell'esecutivo per lasciare - quando ce ne saranno le condizioni - quello che è ormai diventato a tutti gli effetti un fronte di guerra. Dopo di lui l'ha ribadito il ministro della Difesa Ignazio La Russa che «parlar di exit strategy ora sarebbe un segnale di debolezza verso il terrorismo», e Franco Frattini, ministro degli Esteri, non è stato meno chiaro: «Discutere di ritiro il giorno dopo un attentato di questa gravità, significa far partecipare al dibattito anche i talebani...».
Ma tanta nettezza non significa che il governo non abbia intenzione di far tornare davvero molti soldati, forse oltre duemila, dalle missioni internazionali sparse per il mondo. E di farlo molto presto. Anzi, è forse questa la novità che è emersa nel Consiglio dei ministri di ieri, e sulla quale si lavorava da tempo. L'approfondimento nasce dalla sollecitazione della Lega, avvenuta da parte del ministro Calderoli (mentre Maroni sul tema ha taciuto), di operare almeno un «risparmio» sugli altissimi costi delle missioni «che sono di oltre un miliardo e seicento milioni di euro», ritirando i nostri contingenti da operazioni di peace-keeping che «si sono ormai esaurite, penso al Kosovo e al Libano».
Raccontano che tutti i ministri presenti abbiano «annuito», senza porre obiezioni. E in effetti del tema si era già parlato in un Consiglio a luglio, quando vennero rifinanziate le missioni e La Russa, a Tremonti che si lamentava dei costi, aveva proposto di aumentare i fondi per quelle nei due fronti, Kosovo e Libano appunto, ma di farlo «per quattro mesi, non per sei come si fa in genere, perché la nostra intenzione è di farli tornare prima i nostri soldati». E questo potrebbe in effetti avvenire, se è vero che - come confermano fonti autorevolissime - si sta lavorando per «riportare a casa mille soldati dal Kosovo, almeno cinquecento dal Libano e i cinquecento aggiuntivi che sono stati inviati in Afghanistan in occasione delle elezioni».
I tempi potrebbero essere molto vicini, visto che il rifinanziamento alle missioni copre le spese fino a fine novembre, e politicamente l'operazione è in corso anche dopo i contatti diplomatici con il governo spagnolo, che vorrebbe prendere il comando delle operazioni in Libano e, in questo caso, potrebbe aumentare il proprio contingente chiedendo magari un aiuto «ad altri Paesi europei».
Insomma, «a casa entro Natale» potrebbero tornare tanti soldati, il che metterebbe d'accordo una Lega che non molla la presa sull'Afghanistan, perché «non è giusto che un Paese che non è la quarta potenza economica del mondo - dice Calderoli - debba rappresentare il quarto contingente nel Paese», ma anche chi non vuole strappi con gli alleati della Nato, ovvero tutte le componenti del governo, in prima linea quella dell'ex An. Ieri Gianfranco Fini non ha voluto aprire alcun fronte con Bossi, perché «l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento è di una polemica su questo», e semmai «ci sarà modo più avanti di ragionare nella coalizione di come certe questioni vengono poste». Ma un suo fedelissimo come Italo Bocchino ci va giù duro: «Parlare di ritiro delle truppe ora è un favore agli assassini dei nostri soldati, è un'umiliazione dell'Italia di fronte alla comunità internazionale ed è un assist involontario al terrorismo internazionale».
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