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martedì 28 luglio 2009

La necessità necessaria

Nucleare, il ritorno.
Speciale, [6].
Per arricchire la documentazione sul tema della ripresa del nucleare, riprendiamo da Il Messaggero del 14 luglio un articolo di Franco Reviglio.
I perché di una scelta.
Nucleare, meglio tardi che mai.

Il ritorno al nucleare previsto dal ddl sullo sviluppo approvato il 9 luglio scorso dal Senato risponde a due giustificazioni condivisibili: attenuare in prospettiva l’elevata dipendenza e vulnerabilità energetica (importiamo l’85% dell’energia primaria) e ridurre le emissioni di CO2, contribuendo così al controllo del riscaldamento globale e quindi all’attenuazione dei cambiamenti climatici.
Con questa decisione il nostro Paese si adegua a una nuova tendenza favorevole al nucleare che si sta sviluppando in Europa e negli Stati Uniti, come indicano i ritorni al nucleare di Paesi, quali il Regno Unito e la Svezia, e la costruzione di nuove centrali in Francia, in Finlandia, in Polonia e negli Stati Uniti. La nuova e crescente consapevolezza del problema ambientale spinge le opinioni pubbliche ad accrescere la quota con cui il nucleare contribuisce alla produzione elettrica (oggi è il 17% nel mondo, ma il 33% in Europa).
L’Agenzia Internazionale per l’energia prevede che nel prossimo quarto di secolo la provvista di energia elettrica richiesta nel pianeta, soprattutto dalla domanda dei Paesi di nuova industrializzazione, cresca di oltre il 60%, con un aumento delle emissioni di oltre il 50%. Questo aumento avrebbe un impatto negativo sui cambiamenti climatici, aggiuntivo di quello già prodotto dalle emissioni del passato.
Opportunamente quindi il G8 ha indicato un ambizioso obiettivo strategico di abbattimento delle emissioni del 50 per cento (e dell’80 per cento per gli otto Paesi più industrializzati) entro il 2050 che peraltro per diventare efficace richiederà un accordo esteso alla Cina e all’India che dovrà essere negoziato auspicabilmente prima del vertice sul clima previsto a Copenhagen.
Il ritorno al nucleare dell’Italia va appunto nella direzione auspicata dal vertice appena concluso di riduzione delle emissioni di gas serra con l’obiettivo di medio-lungo periodo di contribuire con il nucleare al 25% dei nostri fabbisogni di energia. Esso rovescia dopo oltre 20 anni l’uscita dal nucleare confermata dai referendum popolari del 1987, sull’onda emotiva creata dal grave incidente della centrale ucraina di Cernobyl.
Una decisione irrazionale se si tiene presente che non lontano dai nostri confini, in Francia, in Svizzera e in Austria, funzionano egregiamente da alcuni decenni numerose centrali atomiche, costruite spesso con nuove tecnologie, la cui produzione in parte importiamo, coprendo circa il 10% del nostro consumo a prezzi vantaggiosi.
Contro il ritorno al nucleare si è espressa una parte, anche autorevole, dell’opinione pubblica, con argomenti almeno in parte fondati, che tuttavia non sembrano tali da inficiarne l’opportunità. Le principali critiche richiamano ancora una volta i rischi di possibili incidenti, i tempi lunghi, intorno ai 20 anni per la costruzione delle nuove centrali e il costo dei kilowatt prodotti che oggi, a fronte delle basse quotazioni del barile, non sarebbe competitivo, nonché il problema delle scorie nucleari.
Si sostiene che se si producessero incidenti nelle centrali che circondano il nostro Paese, ne saremmo vittime, data la limitata distanza dai nostri confini. Questa eventualità appare remota per le sicurezze esistenti, bene collaudate dall’esperienza che in base al ddl approvato dovranno essere adeguatamente definite. I costi elevati e i tempi lunghi non appaiono un argomento decisivo, perché non è corretto valutare i primi alla luce dei prezzi attuali per la produzione del Kwh da fonti tradizionali come se corrispondessero ad uno scenario di lungo periodo e perché in ogni caso i tempi per la costruzione delle centrali e i relativi costi sono a carico delle imprese private che li costruiscono e li gestiscono.
Il problema delle scorie nucleari non è stato “risolto” in quanto occorrono alcuni secoli per eliminarne l’impatto radioattivo, ma si sono trovati siti e accorgimenti che di fatto ne possono evitare i possibili, anche se remoti, effetti dannosi.
I critici del ritorno al nucleare sostengono inoltre che sarebbe preferibile lo sviluppo delle fonti alternative rinnovabili, quali l’idroelettrico, l’eolico, le biomasse, i rifiuti e il fotovoltaico. Ma in Europa il contributo delle rinnovabili, diverse dall’idroelettrico e dai rifiuti, raggiunge solo l’1%. Per dimensioni il loro sviluppo non è purtroppo un’alternativa al nucleare e per una parte di esse non è ancora competitivo, perché dipendente dai contributi pubblici che i cittadini pagano nella bolletta. L’idroelettrico ancora sfruttabile, almeno in Europa, è marginale e, allo stato delle tecnologie, l’apporto delle altre fonti rinnovabili è quantitativamente molto limitato.
In una prospettiva di lungo periodo la fonte illimitata rimane quella solare. Certo è auspicabile che si accrescano gli incentivi alla ricerca per migliorarne lo sfruttamento. Ma allo stato attuale delle tecnologie la cattura di questa fonte non sembra offrire nel breve-medio periodo un’alternativa percorribile.
(6 - continua)

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