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mercoledì 23 settembre 2009

Finanziaria light il giorno dopo

Crisi e manovre.
Ma quando ci liberiamo dal cappio al collo?

Rassegna stampa - Il Messaggero, Paolo Savona, 23 settembre 2009.

Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri la manovra finanziaria "leggera" in attesa di conoscere meglio gli andamenti della ripresa produttiva mondiale, soprattutto nei suoi riflessi sulle entrate e sulle uscite del bilancio pubblico, ma ha voluto fornire ai massimo vertice, una chiara valutazione positiva sullo stato di salute economica dell'Italia. Speriamo che non sbaglino come si dice abbiano fatto gli economisti.
Noi che non abbiamo mai creduto possibile una crisi drammatica quando tutti affermavano il contrario - ma che non abbiamo neanche sottovalutato gli effetti negativi della crisi sull'occupazione, sui redditi bassi e sul risparmio frutto di fatica e non di speculazioni - ci auguriamo che questa valutazione risponda veramente alla realtà. Una realtà i cui dati esatti ancora ci sfuggono, come sfuggono al Governo, ma che certamente presenta componenti non sanabili, come in troppi credono e sollecitano, con l'assistenza pubblica e il lassismo nel credito. Anzi potrebbe aggravarla se gli effetti sull'indebitamento pubblico non venissero presto riassorbiti e se le banche, a loro volta, entrassero in difficoltà abbandonando il loro atteggiamento cauto nei confronti di un rischio crescente, ma largamente e volutamente ignorato.
Viene quasi a noia ripetere che, una volta raggiunto un buon livello nell'indispensabile traino delle esportazioni e augurandoci che il dollaro regga, in assenza di una ripresa degli investimenti privati (l'unico veicolo dell'innovazione tecnologica) e pubblici (questi ultimi nel "solito" comparto delle infrastrutture), non si può sperare in una seria ripresa dell'occupazione; la quale, è giusto sottolinearlo, è andata meglio che altrove per la politica sociale e di assistenza produttiva seguita dal Governo. Se intervenisse un'inversione di attitudine, la si celi pure dietro la definizione inglese di exit strategy, nei confronti dei basso costo del danaro e degli elevati disavanzi pubblici da parte del resto del mondo o della sola Unione Europea, che rispetto alle altre aree geografiche è legata da propri accordi fondantì come quello di Maastricht, sarebbe difficile continuare questa politica; e, da noi, per il successo stesso della politica seguita, la disoccupazione si accentuerebbe.
L'unico modo permettersi al riparo resta sempre quello di una politica di portafoglio invece di una sulle entrate e spese, ossia la cessione del patrimonio pubblico in contropartita di una cancellazione equivalente del debito per togliere il cappio al collo all`economia e al Paese tutto; oppure effettuare in contropartita nuovi investimenti in infrastrutture capaci di aumentare le economie esterne alle imprese e alle famiglie, così accrescendo la produttività di sistema e riducendo il costo della vita. In breve una gestione di portafoglio che ceda le attività a minor reddito per acquistarne altre a maggior rendimento, snidando le rendite che si annidano nella proprietà pubblica. Non si capisce la persistente resistenza a questa politica se non valutando questo secondo aspetto del problema. Preoccupano invece le insistenti proposte di nuove imposte sul patrimonio che, avanzate fuori da una gestione delle infrastrutture, trasformerebbero ricchezza in spesa corrente, con ulteriore impoverimento del Paese.
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