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domenica 23 agosto 2009

Non si coprano le responsabilità dei governi

Sempre dall'edizione di ieri di Liberazione riportiamo questo articolo di Fulvio Vassallo, paleologo dell'Università di Palermo.
Cadaveri affiorati già martedì, Frontex che "avvista", il ruolo de La Valletta. Italia, Malta ed Europa direttamente responsabili.
La politica dell'omissione di soccorso condanna a morte migliaia di migranti.

Secondo l'agenzia Ansa del 20 agosto il gommone con cinque eritrei a bordo, soccorso la mattina dello stesso giorno al largo di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza, sarebbe stato «segnalato solo all'alba di oggi (20 agosto, ndr) dalle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo». Sempre secondo la stessa fonte «l'allarme è stato raccolto dalla centrale operativa di Messina del Gam, il Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza, che ha subito allertato le motovedette di stanza a Lampedusa. Secondo le prime notizie di agenzia l'imbarcazione sarebbe stata segnalata da Malta quando si trovava a circa 19 miglia dall'isola, al confine con le acque di competenza italiana per quanto riguarda le operazioni Sar (ricerca e soccorso in mare, ndr). Le motovedette hanno poi intercettato il gommone a circa 12 miglia a sud di Lampedusa, al limite delle acque territoriali». Concludeva l'Ansa di giovedì che «le autorità della Valletta non hanno invece specificato da quanto tempo il gommone, alla deriva da diversi giorni per mancanza di carburante, venisse monitorato». Secondo un'altra agenzia Ansa del 20 agosto «le autorità maltesi hanno recuperato poco fa quattro cadaveri di migranti in mare. Verosimilmente si potrebbe trattare di persone che si trovavano sul gommone dei cinque eritrei soccorsi oggi dalla Guardia di finanza e arrivati a Lampedusa».
«Verosimilmente», per l'Ansa, ma non per Maroni. Mentre il ministro dell'Interno continua a sostenere che i naufraghi eritrei affermano il falso, e la Procura di Agrigento ha aperto una indagine per «agevolazione dell'ingresso di clandestini» e non per omissione di soccorso, pur riservandosi di considerare altre ipotesi di reato, «qualora dovessero emergere», la verità, durissima, sta lentamente venendo fuori, malgrado tutti i tentativi di depistaggio messi in atto per nascondere le gravissime responsabilità dei governi italiano e maltese, e dei responsabili dell'operazione Frontex, attiva in questi giorni nel Canale di Sicilia. Responsabilità già evidenti dopo le prime ammissioni maltesi, ignorate dal governo italiano, secondo le quali mezzi aeronavali coinvolti nelle operazioni Frontex, negli stessi giorni nei quali i naufraghi a bordo del gommone salpato dalla Libia morivano uno dopo l'altro, avevano avvistato sette cadaveri - uno già martedì - senza però intervenire, perché questi cadaveri si sarebbero trovati in acque libiche. Il racconto dei naufraghi, ai quali solo Maroni e Calderoni continuano a non credere, è adesso confermato da altre gravi ammissioni delle autorità maltesi. Almeno 11 cadaveri recuperati o abbandonati in mare confermano quanto dichiarato dai naufraghi eritrei.
Le Forze Armate maltesi hanno riconosciuto di essere intervenute in acque internazionali, ben prima che il gommone varcasse il limite delle acque territoriali italiane. Le stesse Forze Armate hanno dichiarato all'Ansa che il gommone con gli immigrati eritrei «è stato localizzato da una motovedetta maltese dopo che era stato avvistato da un aereo militare della missione Frontex di stanza a Malta», aggiungendo che «è stata data l'assistenza necessaria secondo gli obblighi internazionali di Malta». «I militari maltesi - puntualizza la stessa fonte - non hanno influenzato la selezione della destinazione. La presenza del natante è stata segnalata poi alle autorità italiane». Il racconto dei naufraghi è dunque confermato anche da questa autorevole fonte maltese. Uno dei cinque profughi eritrei, soccorsi giovedì al largo di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza, ieri mattina aveva rivelato: «È stata una motovedetta a fornirci il carburante e a intimarci di proseguire per Lampedusa. Ci hanno dato anche cinque salvagente; uno di loro ha acceso il motore, perché non avevamo la forza per farlo, e ci ha indicato la rotta. Poi si sono allontanati senza aiutarci, malgrado le nostre condizioni».
Adesso lo stesso ministro Maroni dovrebbe spiegare, insieme al suo omologo maltese, perché dopo quella prima segnalazione, addirittura dopo un intervento di "assistenza", seguito da una immediata notifica al governo italiano, secondo quanto afferma adesso Malta, non sono state avviate attività di soccorso, che probabilmente avrebbero potuto salvare qualche vita. Perché un numero imprecisato di persone è stato abbandonato in mare al proprio destino di morte.
Le cronache confermano dunque che in questa ultima vicenda l'avvistamento del gommone sul quale si trovavano i cinque superstiti segnalati - guarda caso - da Malta solo quando si trovavano già all'interno delle acque territoriali italiane (che con la zona contigua raggiungono le 24 miglia da Lampedusa), sarebbe avvenuto nel corso di un "pattugliamento congiunto" Frontex. Allora, se così è stato, dal momento che le attività delle operazioni Frontex sono rigidamente documentate, anche per spiegare agli organi di controllo comunitari le ingenti spese che vengono addossate a tutti gli stati Ue e dunque ai contribuenti europei, chiediamo che l'Agenzia Europea Frontex fornisca al magistrato di Agrigento che ha già aperto una inchiesta una documentazione completa sul "tracciamento" e sul "monitoraggio" del gommone prima dell'intervento di salvataggio. Tocca all'Agenzia Frontex, e non solo a Malta, chiarire questi aspetti assai rilevanti per l'indagine penale aperta dal Tribunale di Agrigento.
Si può osservare a questo punto come gli autori del Regolamento Frontex quanto gli ideatori e gli estensori degli accordi internazionali bilaterali tra Italia, Malta e Libia, e la catena di comando che vi ha dato di attuazione, hanno praticamente ideato ed utilizzato l'omissione di soccorso, conseguenza diretta o indiretta del riparto di competenze così bene architettato, come una vera e propria "pena di morte" per i migranti che ancora si arrischiano ad attraversare il canale di Sicilia per fuggire dalla Libia e raggiungere Malta o la Sicilia, se non Lampedusa, blindatissima per salvare l'immagine turistica dell'isola, ma soprattutto i "successi storici" del governo italiano nella "guerra contro l'immigrazione illegale".
Se le autorità italiane che intervengono in acque internazionali sono coordinate da Malta, oppure operano all'interno delle missioni Frontex basate a Malta, basta che dalla centrale di comando di questo paese non venga trasmesso un tempestivo ordine di intervento e le unità militari italiane, se non saranno coinvolte nelle operazioni fantasma di Frontex, resteranno a pattugliare le acque attorno a Lampedusa per curare la tranquillità dei bagni dei buoni leghisti in vacanza nella loro isola prediletta. Una ragione in più, questa ultima tragedia, per rivedere il riparto di competenze tra Italia e Malta nel Canale di Sicilia, anche perché Malta non ha ancora aderito agli ultimi emendamenti della Convenzione internazionale sul diritto del mare, e quindi in materia di soccorso a mare si ritiene vincolata a regole diverse da quelle che invece valgono per l'Italia.
Di certo, e questo nessuno potrà smentirlo lo scorso anno nella fascia tra le 90 e le 60 miglia a sud di Lampedusa le unità militari italiane, soprattutto la Marina militare e la Guardia costiera avevano tratto in salvo decine di migliaia di persone poi ammesse in Italia alla procedura di asilo con esito in maggior parte favorevole, o che comunque avevano ottenuto uno status di protezione internazionale, come somali, sudanesi, eritrei, nigeriani. Negli ultimi tre mesi, invece, dopo l'entrata in vigore del Patto di amicizia italo-libico (e del protocollo operativo del 2007 che espressamente richiama), in quella stessa fascia di mare non si sono registrate attività continuative di salvataggio con successivo trasferimento in un porto italiano, come prima del 15 maggio scorso, ma al contrario numerosi casi di respingimento collettivo, vietato da tutte le Convenzioni internazionali e in particolare dal Protocollo numero 4 allegato alla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo, Convenzione alla quale sia l'Italia che Malta sono soggette, anche quando si avvalgono della esternalizzazione delle pratiche di respingimento alle autorità libiche.
Presto, appena sarà possibile raccogliere tutte le testimonianze ed individuare i parenti delle vittime, arriveranno le denunce alle Corti internazionali, ma è possibile che nessun giudice penale italiano ravvisi in tutto questo un comportamento illecito sanzionabile anche all'interno del nostro ordinamento?
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