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domenica 23 agosto 2009

Dove un muro non può dividere

La domenica senza stampa locale ci permette di vagabondare tra gli organi di informazione cercando qualche cosa notevole interessante o utile da riproporre qui. Così questo articolo di Giorgio Bernardelli dall'edizione di ieri di Avvenire.
Hebron, la strage dimenticata.
Rassegna stampa.

Sessantasette ebrei uccisi in poche ore dagli arabi della città. Il tutto a due passi dalla Grotta di Macpela, il terreno acquistato da Abramo per dare sepoltura alla moglie Sara (Genesi 23,1- 20) che per la Scrittura è la primizia della Terra promessa. Si compiva così – esattamente ottant’anni fa a Hebron – la prima strage di massa del conflitto israelo­palestinese. Purtroppo la storia ce ne avrebbe poi raccontate anche tante altre. Eppure ritornare indietro a quel 23 agosto 1929 può aiutare a capire molti dei motivi per cui la Terra Santa continua a non trovare pace.
Nell’agosto 1929 Hebron era una città di 17 mila abitanti, al cui interno viveva una comunità di circa 750 ebrei. Non si trattava di pionieri sionisti appena arrivati dall’Europa in Terra di Israele, ma di ebrei orientali che nella città di Abramo ci vivevano da generazioni. Perché Hebron era una delle quattro città della Terra Santa mai abbandonate del tutto, nemmeno durante la diaspora. Troppo importanti perché non vi rimanesse almeno un piccolo resto d’Israele. La tragedia si consumò inaspettata, nel giro di pochi giorni. Il 20 agosto– avvertendo la tensione che saliva a Gerusalemme – i leader dell’Haganah ( la forza di autodifesa che i sionisti avevano iniziato a organizzare) avevano contattato la comunità ebraica di Hebron, offrendo protezione.
Ma si erano visti respingere al mittente: i responsabili si sentivano al sicuro nella città di Abramo, avevano fiducia nei loro vicini arabi. Invece, appena tre giorni dopo si consumò il dramma: voci (rivelatesi poi false) su due arabi rimasti uccisi a Gerusalemme in scontri con i sionisti scatenarono l’assalto alle case degli ebrei. La polizia araba disertò e un unico ufficiale britannico si trovò a dover fronteggiare la rivolta. I rinforzi arrivarono solo parecchie ore dopo. I racconti tramandati dai superstiti sono terribili: famiglie trucidate, assalti all’arma bianca anche contro i bambini, donne violentate.
Che cosa scatenò davvero la strage? Da parte araba c’era ormai la consapevolezza che i rapporti di forza stavano cambiando: dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 gli ebrei non erano più un piccolo gruppo minoritario, ma una nuova presenza dinamica, che andava a rimescolare tanti equilibri in Palestina. Di certo i fatti di Hebron furono uno shock terribile per i pionieri giunti da poco in Terra d’Israele. A molti ricordarono i pogrom subiti dagli ebrei nella Russia zarista. E a rendere ancora più dura da digerire questa realtà ci pensarono gli inglesi che, rivelatisi incapaci di gestire la situazione, decretarono all’indomani del massacro l’evacuazione degli ebrei da Hebron. Così – oltre a piangere i morti – si ritrovarono anche esiliati dalla città di Abramo.
Questa vicenda segnò uno spartiacque. Se prima del 1929 tra i sionisti c’erano state anche voci che ponevano apertamente la questione del rapporto con gli arabi (qualcuno avanzava addirittura l’idea di uno Stato bi-nazionale una volta tolti di mezzo gli inglesi), dopo i fatti di Hebron la questione della difesa delle comunità ebraiche sarebbe diventata la priorità riconosciuta da tutti. E la lontananza dalla città di Abramo – confermata dopo la nuova rivolta araba del 1936 – sarebbe rimasta una ferita aperta per gli ebrei ortodossi. Non a caso – dopo la Guerra dei sei giorni del giugno 1967, quando Israele assunse il controllo di tutta la sponda ovest del fiume Giordano – Hebron sarebbe poi diventato uno dei primi insediamenti in Cisgiordania. Qui i coloni ci arrivarono con un vero e proprio blitz: il rabbino Moshe Levinger ottenne nell’aprile 1968 un permesso speciale per poter celebrare la Pasqua ebraica nella città della Tomba dei patriarchi.
Ma una volta arrivato insieme ad alcuni compagni issò una bandiera israeliana sul Park Hotel e dalla città non se ne andò più. Dopo di lui sono arrivate altre centinaia di coloni: 500 di loro oggi vivono blindatissimi nel cuore della città araba, che oggi conta 130 mila abitanti. Altri 7 mila vivono invece a Kiryat Arba, l’insediamento ebraico costruito a est, subito fuori dai confini municipali. Hebron rimane tuttora il nodo più complesso per chi ragiona sulle possibili soluzioni del conflitto israelo- palestinese. Perché in qualsiasi ipotesi che preveda la nascita dei due Stati la città di Abramo non potrà che stare dalla parte palestinese. E, infatti, lo stesso tracciato del muro di separazione tra Israele e i Territori sancisce questo fatto. Nessun ebreo osservante però è disposto ad accettare di essere nuovamente separato da Hebron.
E – proprio per questo – in tutta questa zona il muro di separazione non è stato costruito. La pace per divenire realtà avrebbe bisogno di qualche forma di convivenza accettabile intorno alla Tomba dei patriarchi. Invece proprio qui sembrano concentrarsi – da una parte come dall’altra – gli estremisti più pericolosi. Perché non bisogna dimenticare che Hebron nel frattempo ha vissuto anche un’altra strage: quella compiuta dal colono Baruch Goldstein, che nel febbraio 1994 sparò all’impazzata uccidendo 30 musulmani che si recavano alla Tomba di Abramo. Voleva vendicare i morti del 1929; e ancora oggi a Hebron c’è chi lo considera un eroe. Bruciano ancora le ferite di quel 23 agosto di ottant’anni fa. Pro-memoria di un conflitto che è lungo e complesso. Ma anche dell’intreccio inestricabile tra arabi ed ebrei che nessun muro potrà mai risolvere davvero.
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