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martedì 24 novembre 2009

Quando il razzismo è cultura di massa

La giunta leghista "invita" i cittadini a comunicare tempestivamente la presenza di "clandestini" nel territorio. San Martino all'Argine editto razziale.
Rassegna stampa - Liberazione, Stefano Galieni, 24 novembre 2009.



Il comune che ha iniziato è stato quello di Cantù, prima ancora che la legge 94, meglio nota come "Pacchetto sicurezza" venisse approvata in parlamento. Accadeva ad inizio settembre 2008, il sindaco del paese in provincia di Como, con un ordinanza, istituiva un "numero verde anticlandestini". Bastava chiamare e denunciare l'immigrato/a sospetti di non essere in regola con i documenti per far scattare l'intervento della polizia municipale. La denuncia (delazione?) poteva avvenire anche in forma anonima. Per il sindaco era uno strumento di partecipazione e di fatto la popolazione partecipa, tanto che attualmente il numero verde vanta una ventina di chiamate giornaliere. Il sistema è stato esportato in numerosi paesi e città, anche a Milano il vice sindaco De Corato ha provveduto in maniera simile, spacciandolo per un numero anti tratta e anti degrado. Dopo l'entrata in vigore del "reato di clandestinità" (8 agosto 2009) i Comuni ad amministrazione leghista ma non solo si sono sbizzarriti nell'emanazione di ordinanze simili, quella promulgata dal comune di S. Martino All'Argine, provincia di Mantova ha ancora più il sapore dell'editto razziale.
Un Comune di 1800 abitanti, bassissima la presenza di immigrati, meno del 5%, eppure sufficiente a produrre un manifesto, affisso per le vie del paese, che ricorda un macabro passato. Il vice sindaco leghista, Alessio Renoldi, operaio metalmeccanico trova giustificazione nel fatto a S. Martino si verifica almeno un furto alla settimana. L'invito che si rivolge consiste nel fatto che, in nome dell'applicazione della legge, i cittadini sono tenuti a comunicare tempestivamente la presenza di "clandestini" nel territorio, al sindaco o alla polizia municipale che provvederà secondo norma a risolvere il problema. In maniera quasi naive, forse non rendendosi conto appieno di quanto dice, lo stesso vicesindaco si proclama stupito di tanto clamore e afferma che quello che si chiede ai cittadini è di aiutare il Comune a garantire un buon funzionamento. Si deve segnalare l'immigrato sospetto come si deve far presente che c'è un marciapiede rotto o un albero caduto. Un paragone agghiacciante.
Nel manifesto si citano gli art 14 e 18 del pacchetto sicurezza, il primo ricorda che "chiunque a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio ovvero cede anche in locazione un immobile ad uno straniero che sia privo del titolo di soggiorno al momento della stipula […] è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni", il secondo ricorda che l'iscrizione anagrafica può dar luogo alla verifica delle condizioni igienico sanitarie dell'immobile. Se il manifesto di S. Martino ha avuto l'onore della cronaca lo stesso invito alla delazione, utilizzando la minaccia del pacchetto sicurezza, è stato fatto proprio dal comune di Ceresara, sempre nel mantovano. Scegliendo un profilo più basso l'ingiunzione è stata rivolta ai cittadini utilizzando il "Notiziario Ceresarese".
Fortunatamente a Mantova opera già da un anno l' "Osservatorio Art.3". Nato nel 2008, in seno al tavolo permanente per le discriminazioni del giorno della Memoria, con lo scopo di legare la memoria e la storia delle discriminazioni e delle persecuzioni volute dal nazifascismo, in cui convivono diverse realtà che operano nel campo della lotta alle discriminazioni.
Gli esponenti di Art 3, hanno fatto anche presente, attraverso un numero speciale della loro newsletter, che l'obbligo di comunicare la notizia di reato, anche per la legge 94 non spetta al cittadino ma alle autorità di pubblica sicurezza. Non si può quindi chiedere al cittadino di segnalare la semplice presenza sul territorio comunale di esseri umani, questo attiene alla sua coscienza e si configura per come prospettato come un vero e proprio invito alla delazione. Matteo Gaddi, responsabile "Progetto Nord" del Prc fa una analisi complessiva: «Si tratta di un area geografica territoriale nella quale non si sono mai registrati problemi di convivenza. C'è invece una urgenza sociale data dai tantissimi lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione o a rischio licenziamento. La Lega sta accelerando in maniera impressionante la focalizzazione sulla questione immigrazione perché è assolutamente incapace di fornire la benché minima risposta alla crisi economica e sociale. Sono pochissimi i presidi di fabbrica in cui sono passati i leghisti, dove lo hanno fatto non avevano nulla da dire. La Lega paga la sua contraddizione strutturale, credere nel blocco dei produttori, alleanza fra lavoratori e padroni, per questo bisogna sfidarla a muso duro sui contenuti».
Le iniziative dei due sindaci leghisti sono partite una settimana fa. Finora nessuno ha proceduto segnalare presenze non gradite. Forse una notizia consolante.

Dopo la violenza sessuale a Rovato. Razzismo e sessismo: tensione a Coccaglio e nei paesi vicini.
Rassegna stampa - Liberazione, PZ Redattore Radio Onda d'Urto, 24 novembre 2009.

Cresce ancora, pericolosamente, la tensione a Coccaglio e nei paesi della Franciacorta. A far alzare il tono delle polemiche non sono purtroppo le bollicine dei vini locali, conosciuti e pubblicizzati in mezzo mondo come simbolo dell'eccellenza made in Italy (anche se sono mani in gran parte migranti quelle che, ogni settembre, ne raccolgono gli acini lavorando per ore nei vigneti): di mezzo c'è la crisi economica travolgente che è ormai diventata crisi politica e sociale in una terra, l'opulento ovest bresciano, dove sono come sempre i più deboli ad avere la peggio: siano esse donne, lavoratori e/o migranti. Ad accendere il fuoco che covava sotto la cenere è stato, la scorsa settimana, lo scellerato provvedimento contro i migranti elaborato dall'Amministrazione leghista di Coccaglio, 8mila abitanti a mezza strada fra Brescia e Bergamo. Secondo quanto rilanciato dai giornali di mezza Italia il sindaco, Franco Claretti, e l'assessore alla sicurezza, Claudio Abiendi, avevano avuto la malsana idea di procedere a controlli casa per casa contro i soli cittadini migranti. Al provvedimento, già di per sé duramente contestabile, era poi stato un nome, "White Christmas", ovvero Bianco Natale, dagli evidenti intenti discriminatori e xenofobi. Per protestare contro l'azione dell'Amministrazione a guida Lega - PdL, domenica decine di migranti e antirazzisti hanno volantinato in paese durante la festa patronale. Aldilà della realtà preconfezionata di certi programmi televisivi, come quello di Barbara d'Urso su Canale 5, la risposta della popolazione è stata incoraggiante: «La crisi colpisce tutti - dicono i migranti della comunità di Coccaglio -, non demonizzate e ghettizzate centinaia di persone». Rincuorati dall'iniziativa di domenica, mercoledì i migranti e gli antirazzisti hanno in calendario una nuova iniziativa di protesta, alle 18, in concomitanza con il consiglio comunale di Coccaglio. Sabato 28 novembre, invece, grande manifestazione antirazzista: partenza alle ore 14.30 dalla stazione ferroviaria di Coccaglio «per ribadire - dice il comitato promotore, formato da decine di sigle differenti - che al bianco Natale noi preferiamo gli United Colours of Christmas, ossia i colori unitari dell'antirazzismo». Il clima contro i migranti, in Franciacorta, rimane comunque pesante anche a causa della strumentalizzazione di alcuni gravi fatti di cronaca. La notte fra venerdì e sabato, nel confinante paese di Rovato - 17mila abitanti e dati record in tutto il Bresciano per depositi bancari pro capite - una 28enne e un 19enne del paese sono stati protagonisti loro malgrado di una notte da incubo: mentre si trovavano appartati, attorno alle due di notte, sono stati aggrediti da un uomo che ha prima accoltellato gravemente il giovane e poi ha investito, violentato e sequestrato per almeno 5 ore la ragazza. Nel pomeriggio di sabato i carabinieri di Rovato e Chiari hanno arrestato un 24enne cittadino di origine marocchina, residente regolarmente nel vicino comune di Corte Franca. La violenza, brutale e sessista, ha scatenato a Rovato una sorta di caccia alle streghe: alcune decine di persone, amici della coppia, hanno cercato a viva forza di sottrarre ai carabinieri il presunto aggressore. Il giorno seguente, domenica, la tensione nella capitale della Franciacorta era altissima: difficile trovare per strada un migrante, che qui rappresentano oltre il 15% della popolazione. Oggi, martedì, alle ore 20 un corteo partirà dal piazzale della piscina comunale di Rovato, dove si è consumata la prima parte dell'aggressione. La manifestazione non è indetta da una sigla specifica ma nasce attraverso un tam tam sul web, ed in particolare su Facebook, dove già fioccano i gruppi razzisti relativi alla violenza sessista di Rovato.

Fini parla di immigrati e Costituzione, attacchi dalla Lega ma anche dal Pdl. L'ex leader di An soffia sulla fiamma, la maggioranza la riaccende.
Rassegna stampa - Liberazione, Frida Nacinovich, 24 novembre 2009.

Bene, bravo, bis. Gianfranco Fini parla di immigrati e Costituzione. I primi devono essere accolti come cittadini di domani, la seconda va difesa. Insiste Fini, non si cura delle risposte al vetriolo dei leghisti, di Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Da giorni il presidente della Camera batte sullo stesso tasto. Esprime concetti elementari, che nelle democrazie occidentali dovrebbero essere considerati semplici dati di fatto. Dovrebbero. Invece nell'Italia del 2009 alle parole di Fini fanno da contraltare le immediate prese di distanza non solo della Lega ma anche di un pezzo del suo partito, il Popolo delle libertà. Normalità vuole che la terza carica dello Stato difenda la Costituzione della Repubblica. Quella su cui ogni ministro e ogni parlamentare giura all'atto dell'insediamento della carica. Normalità vuole che l'integrazione fra indigeni e migranti sia un obiettivo delle politiche governative. Normalità appunto. Ma oggi in Italia non funziona così. Il presidente della Camera si esprime come gli suggerisce il ruolo istituzionale, affronta il tema dell'immigrazione con un mix di buon senso e carità cristiana. Tanto basta per far traballare i sempre più precari equilibri su cui si regge il governo Berlusconi. L'opposizione applaude, i media si schierano: quelli orientati sul centrosinistra evidenziano lo spessore politico e culturale del presidente della Camera, la sua indubbia statura istituzionale, quelli di centrodestra accusano Fini di remare contro il governo, di essere un volta gabbana, di fare il gioco della sinistra, attaccano il "compagno Fini". Nei palazzi della politica l'argomento del giorno è lui, Gianfranco Fini. Da giorni, settimane, mesi. Francesco Rutelli, fresco ex del Pd, coglie la palla al balzo per sentenziare: «Fini non può stare con la Lega». Andrea Ronchi, ministro per le politiche europee, risponde a stretto giro di posta: «L'amico Rutelli dimentica la grandissima lealtà di Gianfranco Fini, una lealtà che è nel suo dna: il dibattito serve ad allargare e a rafforzare il Popolo delle libertà». Acqua sul fuco insomma. Di un incendio che però sta diventando ogni giorno più grande. A riprova, un altro ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, è letteralmente furibondo: «L'atteggiamento di Fini è incomprensibile». Il numero due del Carroccio non si spiega come il coautore della legge Bossi-Fini si possa esprimere in questi termini. Integrazione? La Lega non ne vuol neppure sentir parlare. «L'Italia non è il paese del bengodi», dice chiaro e tondo Calderoli. Sarà la campagna elettorale per le regionali? Sicuramente c'entra. Ma non esaurisce la questione. Perché, in ultima analisi, Fini (e i suoi fedelissimi nel Pdl) e la Lega in questo momento sono politicamente su fronti opposti su un tema importante, delicato, come quello dell'immigrazione. Silvio Berlusconi non se ne cura, ha altro (la giustizia) a cui pensare. Il Cavaliere minimizza («la maggioranza è solida») e derubrica il tutto a normale dialettica interna. «Le notizie sugli scontri del governo che arrivano da Roma? Lasciamole a Roma». Nella maggioranza berlusconiana è in corso anche una "franca discussione" fra il ministro Brunetta e il ministro Tremonti sui finanziamenti che il Tesoro lesinerebbe ai vari dicasteri. Insomma voltano gli stracci.
Nel governo si litiga, Fini e Giorgio Napolitano, cioè la terza e la prima carica dello Stato, intervengono nel dibattito politico per dire fondamentalmente cose di buon senso. Un esempio? Il presidente della Camera nel suo intervento, all'Università di Trieste spiega: «E' doveroso, prima ancora che necessario, richiedere a coloro che vivono tra noi, e non sono ancora cittadini italiani, l'adempimento di tutti i doveri che le leggi e la Costituzione prescrivono». E ancora: «Si tratta di chiedere loro di coltivare quegli obblighi di rispetto e di solidarietà cui essi stessi hanno pieno diritto in quanto persona, al di là di essere o meno cittadini. Solo così si può dare piena attuazione a politiche basate sul "pieno sviluppo della persona umana", secondo quanto sancisce l'articolo 3 della nostra Costituzione». Da parte sua il capo dello Stato lancia l'ennesimo appello alla coesione nazionale: «Si realizzi - spiega Napolitano in visita ad un'industria vicino Roma - il massimo possibile di unità delle forze politiche e istituzionali. Sugli investimenti pubblici e privati per la ricerca e lo sviluppo ci giochiamo il nostro futuro. A parole nessuno lo nega. Poi tra parole e fatti spesso ci sono differenze notevoli». Renato Schifani, seconda carica dello Stato, l'unica volta che è intervenuto ha provocato un patatrac. Lo ha fatto per dire in sostanza che se Fini avesse continuato a turbare la serenità di palazzo Chigi non restava altra strada che il voto anticipato. Salvo fare marcia indietro ventiquttr'ore dopo. Cartoline dal paese anormale.

«Bene Fini. La cittadinanza questione fondamentale».
Rassegna stampa - Liberazione, Castalda Musacchio, 24 novembre 2009.

«Certo, il Presidente della Camera ha utilizzato un'espressione "colorita", ma, per quanto "colorita", anche i recenti fatti come le contestazioni negli stadi lasciano intendere che sia giusta». Alessandro Campi, professore di Storia delle dottrine politiche nell'Università di Perugia, nonché "voce" della Fondazione Farefuturo, entra nel vivo delle polemiche scatenate da quell'epiteto "stronzi" indirizzato dal Presidente della Camera ai razzisti. Polemiche che, in verità, celano ben altro. «Che Fini possa in qualche modo essere autore di un complotto ai danni di Berlusconi mi sembra incongruo. Che, al contrario, esprima una sua posizione culturale che non è alternativa al Pdl ma propositiva è un dato di fatto. Ed ora? E' al vaglio delle Camere anche la questione della cittadinanza proposta dalla terza carica dello Stato».
Professore, partiamo dagli ultimi fatti di cronaca. Qualche giorno fa Fini ha dato degli "stronzi" ai razzisti. Non è un linguaggio "anomalo" per il Presidente della Camera?
In linea astratta ha usato un espressione "colorita". Il vero problema è che alla luce di quel che accade continuamente mi sembra che quell'espressione sia giusta.
Ha scatenato solo l'ultima delle polemiche di cui Fini è stato oggetto negli ultimi tempi. Non le sembra una novità che sia continuamente nel mirino del "Giornale" o di "Libero"?
Non è certo una novità, dato che non si tratta di uno o due articoli di stampa. E' una campagna mediatica costante che dimostra solo la virulenza e la confusione politica di questi ultimi tempi. Che Fini possa essere capofila di un complotto per far cadere Berlusconi mi sembra a dir poco incongruo. Il Presidente della Camera esprime solo una linea culturale che non è alternativa al Pdl ma propositiva. Invece di accettare la discussione, alcuni, evidentemente, preferiscono partire al contrattacco. Negli ultimi tempi, comunque, c'è stato un cambio di registro significativo se persino Sacconi ha fatto sua la questione della cittadinanza accogliendo i rilievi di Fini. Resto comunque convinto che questa campagna denigratoria finirà presto.
Di malumori all'interno del Pdl ce ne sono tanti. Si parla, ormai, di un "tutti contro tutti". Non è d'accordo?
Ritengo che i contrasti all'interno del Pdl siano anche molto enfatizzati dal fatto che non ci sia alcuna dialettica tra opposizione e maggioranza, nel senso che il Pd non mi sembra ancora uscito dal lungo tunnel nel quale si è ficcato da più di un anno per questioni interne. Di conseguenza mi sembra evidente che, se nel dibattito pubblico, esistono solo le posizioni del Pdl che fa da maggioranza e da opposizione tutto questo naturalmente enfatizza certi contrasti che, pure, esistono. Ma non si tratta di una divisione che può preludere ad una crisi.
Esclude quindi il ricorso ad elezioni anticipate?
Secondo me è stata solo una minaccia ventilata dai falchi del berlusconismo. Un modo per mettere in difficoltà gli oppositori interni alla maggioranza. Non c'è nessuna ragione seria dal punto di vista politico per andare alle urne. E poi ci sono le Riforme da fare.
Riforme su cui si litiga continuamente all'interno del Pdl. Si pensi alla legge sull'immigrazione per esempio, la Bossi-Fini...o ancora la riforma della Giustizia...
Sulla questione immigrazione ora si sta discutendo sulla questione della cittadinanza, proposta avanzata da Fini. Si tratta di iniziative parlamentari che hanno anche metodologicamente un significato diverso. Dopo mesi che ci si è lamentati che il Parlamento è stato esautorato del suo ruolo, finalmente se n'è riappropriato.
Oggi comincia l'iter della riforma sulla Giustizia. C'è sicuramente bisogno di una riforma; eppure partire dal processo breve desta più di una perplessità. Lei cosa ne pensa?
Sul processo breve c'è stato un accordo. E questa che si è intrapresa può essere la strada per fare innanzitutto una cosa: iniziare un processo di riforma della giustizia tante volte annunciato e mai avviato. Naturalmente questo discorso del "processo breve" ha sicuramente a che fare con le vicende giudiziarie del premier. Cerca di sanare il suo contenzioso. il problema è che si tratta di una strada molto delicata, bisogna evitare di forzarla o di stravolgerla. Per esempio evitando dei blitz che possano modificare il senso di questa legge e che, magari, dal processo breve si arrivi per esempio alla prescrizione breve. Vorrei fare un'ultima riflessione.
Prego...
Il tema delle riforme istituzionali dovrebbe essere il cuore di questa legislatrua ma è stato continuamente tralasciato. Bisognerebbe trovare il modo per riprendere il filo del discorso. Anche sulla legge elettorale, auspico che si rimetta mano alla faccenda dei parlamentari nominati dai vertici dei partiti. Un parlamento così poco considerato dagli elettori non c'è mai stato nella Storia Repubblicana. Occorrerebbe un atto di responsabilità politica perché bisogna assolutamente tornare a forme di rappresentanza che siano espressione diretta degli interessi sociali. Un parlamento così composto impedisce di fare moltissime cose. Si era parlato di ripristinare l'immunità che non è una opzione così peregrina ma che diventa impraticabile se il parlamento viene nominato dall'alto. Significherebbe che, nel prossimo, verrebbero automaticamente mandati a fare i deputati tutti coloro che hanno problemi con la giustizia.

Odio per gli immigrati chiamiamolo razzismo. Ormai è cultura di popolo.
Rassegna stampa - Liberazione, Tonino Bucci, 24 novembre 2009.

Il sindaco leghista di Coccaglio, provincia bresciana, manda i vigili nelle case degli stranieri residenti per controllare se sono in regola col permesso di soggiorno. A San Martino dall'Argine, venticinque chilometri da Mantova, l'amministrazione comunale Lega-Pdl ha firmato e diffuso un manifesto in cui invita la popolazione a denunciare eventuali «immigrati clandestini» presenti sul territorio. E, se non bastasse, a Milano la Regione Lombardia ha promosso il progetto di vigilanza di quartiere sostenuto dal Pdl lombardo (qualcuno dice in concorrenza con le ronde leghiste) perché siano gli stessi cittadini residenti a segnalare «auto e persone sospette».
Casi di cronaca, ma non solo. L'equazione immigrato uguale clandestino uguale criminale è l'asse della politica della destra nelle amministrazioni locali. Si potrebbe minimizzare la questione dicendo che Lega e Pdl fanno demagogia e alzano il tiro della propaganda per uscire dal logoramento dei rapporti interni alla maggioranza di governo. Per guadagnare qualche consenso in più. L'impressione, invece, è che ci sia dell'altro. Che il razzismo non riguardi più soltanto la propaganda di qualche forza politica (minoritaria o no, poco importa) e che sia ormai entrato nella (sotto)cultura di massa di questo paese per diventarne una componente costitutiva. Lo dimostra il fatto che i sindaci leghisti non hanno alcun bisogno di mascherare le politiche razziste con l'alibi della sicurezza. Cacciare via gli immigrati, anzi, è cosa da rivendicare apertamente se ci si vuole mettere in linea con gli umori popolari. Ne parliamo con Annamaria Rivera, antropologa e docente di Etnologia all'università di Bari.
Fioccano iniziative sul modello di Coccaglio. Segno che ad esse fa riscontro un'adesione popolare. O no?
L'iniziativa della Regione Lombardia dimostra in modo perfetto ciò che vado sostenendo da tempo. La "comunità razzista" è anche un surrogato della comunità solidale. Laddove si sono inaridite le relazioni sociali basate sulla reciprocità e la solidarietà, laddove non c'è più buon vicinato perché è prevalsa la cultura dell'individualismo, del consumismo, dell'egoismo, del sospetto verso chiunque "altro", attecchisce l'ideologia leghista. Che offre non solo un surrogato di socialità ma anche identitario. Il "noi" si coagula così intorno al sentimento dell'avversione verso gli "estranei", verso gli occupanti abusivi del "nostro territorio". Parafrasando Michel de Certeau, si potrebbe dire che l'identità degli "altri", drammatizzata, serve a compensare la propria indifferenziazione. L'immigrato diventa l'antidoto dell'anonimo.
I territori non sono luoghi del buon vicinato. Anzi, l'unico legame tra residenti è la paura per l'immigrato. Non è così?
Un tempo i rapporti di vicinato erano uno dei pilastri della socialità e della costruzione di comunità solidali. E' davvero paradossale che essi vengano riproposti in funzione sicuritaria e xenofobica. Laddove si è spento o attenuato il conflitto di classe, il conflitto prende di mira il compagno di lavoro, il "meteco", più vulnerabile perché privo di diritti di cittadinanza. Anche questo può contribuire a spiegare perché tanti operai votino per la Lega Nord: è il principale imprenditore della xenofobia, che promette di difendere i loro interessi contro quelli degli ultimi arrivati.
Il razzismo è oggi cultura di massa?
Non è la prima volta nella storia che dei ceti popolari si fanno interpreti attivi delle campagne xenofobiche contro gli ultimi arrivati o i "nemici interni". Basta ricordare, fra i tanti, il pogrom del 1893 ad Aigues-Mortes che fece morti e feriti fra i lavoratori italiani delle saline. Gli esecutori materiali di quel pogrom furono degli operai francesi. E quanto al nazismo tedesco, sappiamo bene che le posizioni ultranazionaliste e antisemite avevano conquistato non solo gruppi conservatori ma anche una parte delle classi popolari, colpite dalla terribile crisi economica che agitava il paese.
Forse il razzismo ha conquistato le classi popolari perché non ci sono altri modelli culturali, no?
Io credo che la situazione italiana odierna sia caratterizzata dalla saldatura fra razzismo istituzionale e razzismo "ordinario" o popolare. In certe aree del Nord sembra essere anche una connessione "sentimentale". Non voglio sostenere che la xenofobia o il razzismo riguardino la maggioranza delle classi popolari. Ma certo una parte di esse, non rappresentata e privata della lingua del conflitto sociale, indirizza la propria frustrazione, rabbia, rancore verso lo straniero, che diventa il capro espiatorio.
Il ruolo della Lega nella costruzione di un razzismo popolare è innegabile. Non dovremmo parlare di un partito con chiari accenti nazisti?
È soprattutto il leghismo che ha offerto un codice alternativo a quello del conflitto sociale. Per questo non può essere derubricato a fenomeno goliardico. La Lega ha esercitato ed esercita una pedagogia di massa e per le masse. Ha reso dicibile ciò che era indicibile, ha detabuizzato l'interdetto della razza. E lo ha fatto pescando a man bassa nei repertori più classici del razzismo, fino a quello nazionalsocialista. Il leghista Salvini, che afferma che i topi sono più facili da debellare degli zingari perché sono più piccoli, ripete, credo consapevolmente, una delle metafore zoologiche più tipiche dell'antisemitismo nazista.
È esatto parlare di razzismo quando non è in gioco un'esplicita dottrina della razza fondata su tratti somatici? O il termine ha un significato più largo?
È molto riduttivo, per non dire altro, sostenere che si può parlare di razzismo solo in presenza di una dottrina delle gerarchie fra le razze, intese in senso biologico, oppure in presenza di una fissazione sulle differenze somatiche. Anche perché nel discorso neorazzista categorie come "etnia" o "cultura" possono essere sostituite a "razza" con lo stesso significato e funzione. E di fatto questo avviene… "Non c'è razzismo perché non c'è dichiarata superiorità di una razza su un'altra" è un luogo comune, che di tanto in tanto riemerge, anche per opera di studiosi o comunque persone colte. Lo ha riproposto di recente il presidente della Camera, la cui evoluzione nel senso dei principi liberali pure è apprezzabile. Il dibattito sul neorazzismo ha quasi quarant'anni. Nel lontano 1972, una grande studiosa francese, Colette Guillaumin, in un bel libro sull'ideologia razzista, mai tradotto in Italia, aveva sostenuto che quel che conta sono i processi di "razzizzazione", cioè di considerazione e trattamento degli "altri" come se appartenessero a razze inferiori. E avvertiva che qualunque gruppo può essere razzizzato, indipendentemente dalla sua differenza somatica o culturale. Basta pensare all'antisemitismo. Ma anche il razzismo contemporaneo funziona così: in Italia di volta in volta vengono razzizzati gli albanesi, gli "slavi", gli "islamici", i rumeni, i rom…
Termini come "xenofobia" non sono altrettanto validi quanto "razzismo"?
Il luogo comune del quale ho detto interdice la possibilità di comprendere il razzismo contemporaneo, perfino di coglierlo, alimentando una sorta di negazionismo. Certo, a creare confusione c'è anche l'etimologia di "razzismo". Dovremmo sforzarci di inventare un'altra parola, ma non riduttiva come "xenofobia" o "intolleranza". Per me la parola "razzismo" indica un sistema di idee, norme e pratiche sociali. Un sistema che attribuisce a dei gruppi umani differenze essenziali, generalizzate, definitive, naturali o quasi-naturali, allo scopo di legittimare pratiche di stigmatizzazione, discriminazione, sfruttamento, segregazione, esclusione o sterminio. È una definizione approssimativa, come tutte le definizioni. Ma almeno coglie uno dei dispositivi-cardine del razzismo: la naturalizzazione, cioè la riduzione a natura di ciò che è sociale, culturale, storico. Quella di Salvini non è solo una boutade o una metafora: penso che egli sia convinto dell'inferiorità naturale e della sterminabilità degli "zingari" come dei topi.
C'è una sottovalutazione del fenomeno?
Avere una buona teoria del razzismo può aiutare non solo a riconoscerlo, ma anche a dargli il giusto peso e a combatterlo. Io ritengo che la gravissima crisi democratica italiana si manifesti soprattutto attraverso la forma del razzismo, come ha scritto fra gli altri Giuseppe Prestipino. Non conviene sottovalutarlo. Sarebbe ugualmente nefasto sottovalutare come goliardia venata da xenofobia l'ideologia e la politica della Lega. Le nuove leggi razziali (il pacchetto-sicurezza) sono in una certa misura il risultato del ricatto e dell'oltranzismo leghisti. Perfino quello che chiamiamo "razzismo democratico" è stato influenzato dall'opera di avvelenamento quotidiano svolto dalla Lega.


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